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Tutti quei balzelli sui risparmi nella Legge di stabilità e la "repressione finanziaria"

10 Novembre 2014 alle 20:52

Oggi è andata in onda la decima puntata, su Radio Radicale, di "Oikonomìa, alle radici del dibattito economico contemporaneo", mini rubrica in pillole. Di seguito il testo della puntata, qui invece l'audio. Sono ben accetti idee, consigli e critiche (scrivere a loprete@ilfoglio.it)

 

Come è noto agli ascoltatori di Radio Radicale, i Radicali sollevarono il problema del crescente debito pubblico italiano fin dal loro ingresso in Parlamento, negli anni 70. Quella battaglia politica fu di natura tutt'altro che contabile. Oggi, sotto svariate forme, paghiamo anche il dazio di avere un debito pubblico enorme, che supera i 2.100 miliardi di euro e quindi il 130 per cento del Prodotto interno lordo (Pil). Da qualche tempo, per esempio, Marco Pannella è tornato a insistere sul legame tra debito pubblico italiano e vessazione fiscale della ricchezza privata dei cittadini. Ecco cosa diceva nell'ottobre del 2013 Pannella: "Noi ci siamo mossi per denunciare l’urgenza del problema ‘debito pubblico’. Allora come ci si rispondeva? 'Sì, lo Stato ha un debito pubblico, ma abbiamo il risparmio delle famiglie'. Coerentemente con questa tesi dell'ex ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, che trovava a sinistra delle corrispondenze, si sono accorti che dove c’era da succhiare il sangue non era più lo Stato che era indebitato e rischiava il fallimento, ma era il ceto medio italiano". Nel luglio di quest'anno, Pannella è tornato sullo stesso punto ponendo una domanda retorica: "Hanno detto questo in Europa, cioè che le famiglie italiane sono ricche, e di conseguenza cosa hanno fatto?". Risposta sottintesa: le hanno tassate nel tentativo di ripianare così il debito.

 

La legge di Stabilità per il 2015 approvata dal Governo Renzi, attesa al varco in Parlamento da 3.700 emendamenti che saranno vagliati domani dalla Commissione Bilancio della Camera, non sfugge totalmente a questa tendenza. Anzi. Se distogliamo l'attenzione dalle misure finora più pubblicizzate, come la conferma del bonus di 80 euro, la riduzione dell'Irap e la decontribuzione sulle nuove assunzioni, misure senz'altro positive, emerge una serie di inasprimenti fiscali proprio ai danni dei risparmiatori italiani.

 

Già nella prima metà dell'anno, appena entrato in carica, il presidente del Consiglio Renzi aveva ridotto l'Irap del 10 per cento e, per trovare le necessarie coperture, aveva alzato l'aliquota sulle rendite finanziarie dal 20 al 26 per cento, escludendo i titoli di stato che rimasero tassati al 12,5 per cento. L'analista Mario Seminerio ha compiuto una simulazione sull'impatto di quella norma, chiarendo pure cosa s'intenda per "rendita finanziaria". Si prenda il caso di un risparmiatore che abbia 100 mila euro in un deposito bancario vincolato che gli garantisce un rendimento annuo lordo del 2 per cento (anche questo è "rendita finanziaria"!). Il reddito da interesse, a fine anno, sarà di 2mila euro, cui va sottratta la ritenuta d'imposta ora al 26 per cento, quindi 520 euro. Al reddito da interesse, cioè 2mila euro, va poi sottratta l'imposta di bollo, un altro balzello che pesa sui risparmiatori italiani dal 2012 sotto forma di prelievo prima dell'1 per mille e poi del 2 per mille sul capitale investito, e sono altri 200 euro. Fanno in totale 720 euro in meno sui 2 mila euro di reddito da interesse, cioè una pressione fiscale effettiva del 36%. Dal solo innalzamento dell'aliquota dal 20 al 26% sui rendimenti dei conti correnti, perché anche di questo parliamo quando parliamo di "rendite finanziarie" secondo Renzi, il Governo nel 2015 si attende circa 750 milioni di euro di gettito fiscale.

 

Nella Legge di stabilità, il Governo prevede adesso anche l'aumento del prelievo fiscale sui rendimenti annui dei fondi pensione: l'aliquota passerà dall'attuale 11,5% al 20%. Questo ridurrà ovviamente le prestazioni finali della previdenza complementare, che per anni tutte le parti politiche avevano detto di voler incentivare, e intaccherà così la rendita accumulata dai lavoratori.

 

Non è finita qui per i risparmi degli italiani. Come noto i lavoratori dipendenti, durante il rapporto di lavoro, maturano ogni anno il Tfr o Trattamento di fine rapporto, una forma di retribuzione differita nel tempo che viene corrisposta al termine del rapporto di lavoro. Il governo Renzi ha dato sì la possibilità, nel settore privato, di vedersi anticipare in busta paga il Tfr, ma ha pure alzato la tassazione su chi preferisce continuare ad accantonarlo. La tassazione sulla rivalutazione annuale del Tfr è passata dall'11 al 17%.

 

Anche le rendite delle Casse professionali saranno tassate al 26% e non più al 20%. E d'ora in poi saranno tassate al 26% anche le plusvalenze delle polizze Vita, cioè i guadagni maturati dalla sottoscrizione del contratto, incassate dagli eredi dell'assicurato che finora erano esenti.


Una delle ragioni più evidenti di tutti questi inasprimenti fiscali è la ricerca di coperture finanziarie per altre misure. Ma non è tutto. La maggiorazione delle tasse su tutto ciò che è risparmio può rientrare anche nella categoria di quella che gli economisti chiamano "repressione finanziaria". L'espressione fu coniata all'inizio degli anni 70 ma poi riportata in auge più di recente dagli economisti Carmen M. Reinhart, M. Belen Sbrancia e Kenneth Rogoff. Per "repressione finanziaria" s'intende la cattura dei capitali e dei risparmi domestici in una sorta di recinto, nel tentativo di indirizzarli tutti sull'acquisto dei titoli del debito statale. Tale processo può avvenire in vari modi, per esempio con restrizioni sul movimento dei capitali o particolari requisiti regolamentari per certe istituzioni finanziarie, ma anche attraverso la tassazione. Se infatti è vero che negli ultimi anni in Italia le tasse su quasi tutte le attività finanziarie sono aumentate, è altrettanto vero che l'unica aliquota a non essere cresciuta è quella del 12,5% sugli interessi che si ottengono dai titoli di Stato italiani. Con questi inasprimenti fiscali, dunque, è stato creato un incentivo ad acquistare Bot e Btp, garantendo una posizione di vantaggio per lo Stato rispetto a tutti gli altri tipi d'investimento su cui ipoteticamente convogliare i risparmi. Proprio questo processo, condiviso da tutti gli ultimi Governi italiani, assomiglia a una forma di "repressione finanziaria" strisciante.   

 

Qui le puntate precedenti:
 

Le mosse anti deflazione di Draghi nelle intuizioni di Irving Fisher

 

Ernesto Rossi, la governante di Calamandrei e l'Articolo 18

 

Joseph Stiglitz, il sovraffollamento delle carceri e il profitto "costituzionale"

 

L'Europa, l'economia sociale di mercato che piace a Merkel e qualche aporìa

 

La concertazione, questione di (scarsa) competitività e democrazia, dice il Nobel Phelps

 

Henry Ford, la contrattazione aziendale e il modello tedesco di "produttività"

 

La Legge di Wagner e l'idea pazza che le Regioni non possano ridurre la spesa

 

Non è questione di decimali. Tocqueville e la crisi dell'euro vista dall'America

 

La premonizione "giapponese" di Bernanke e l'arma del Quantitative easing

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