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La Legge di Wagner e l'idea pazza che le Regioni non possano ridurre la spesa

Ma davvero lasciare a piedi i cittadini e chiudere gli ospedali, oltre che aumentare le imposte locali, è l'unica carta nelle mani delle regioni? A giudicare dai numeri, no. La spesa pubblica delle Regioni costituisce circa il 20 per cento di quella complessiva della Pubblica amministrazione. Su una spesa di 160 miliardi e una spesa sanitaria di 110 miliardi, il premier Matteo Renzi propone un taglio di poco superiore all'1 per cento delle uscite.

20 Ottobre 2014 alle 12:17

La Legge di Wagner e l'idea pazza che le Regioni non possano ridurre la spesa

Oggi è andata in onda la settima puntata, su Radio Radicale, di "Oikonomìa, alle radici del dibattito economico contemporaneo", mini rubrica in pillole. Sul blog pubblicherò il testo di ogni puntata. Sono ben accetti idee, consigli e critiche (scrivere a loprete@ilfoglio.it)

 

A giorni probabilmente si terrà un incontro tra il governo e le Regioni per appianare i dissidi esplosi la scorsa settimana. Infatti, dopo la presentazione della Legge di stabilità per il 2015, i governatori delle regioni sono insorti perché toccati da un taglio delle risorse che giudicano inaccettabile. Il Governo, per finanziare alcune riduzioni di tasse, prevede tra le altre cose risparmi di spesa così distribuiti: 4 miliardi di euro dai ministeri, 2,1 miliardi dagli acquisti di beni e servizi; 1,2 miliardi da Comuni e Province; infine appunto 4 miliardi di euro dalle Regioni. I governatori, di ogni parte politica, con un numero impressionante di dichiarazioni e interviste, hanno insistito su un punto: riduzioni di spesa di questa entità - 4 miliardi, appunto - sarebbero insostenibili, costringerebbero le regioni - già provate dalla progressiva stretta dei conti - a tagliare e a compromettere servizi essenziali come la sanità e il trasporto pubblico locale.

 

Ma davvero lasciare a piedi i cittadini e chiudere gli ospedali, oltre che aumentare le imposte locali, è l'unica carta nelle mani delle regioni? A giudicare dai numeri, no. La spesa pubblica delle Regioni costituisce circa il 20 per cento di quella complessiva della Pubblica amministrazione: secondo i dati aggregati più di recente dal ministero dell'Economia, la spesa corrente delle Regioni – cioè quella per trasferimenti a sanità e trasporto pubblico locale, stipendi e consumi intermedi – ammonta a oltre 150 miliardi l'anno. La spesa in conto capitale, cioè quella destinata ad allargare la capacità produttiva del settore pubblico, supera di poco i 20 miliardi l'anno. Siamo oltre i 170 miliardi di spesa pubblica all'anno. Secondo queste stime, dunque, un taglio di 4 miliardi equivarrebbe a ridurre la spesa delle regioni del 2,3 per cento in un anno.

 

Tuttavia le Regioni, sostengono i governatori, sono state già le più colpite dalle recenti manovre di risanamento dei conti pubblici. Una tesi controversa, ma che soprattutto andrebbe valutata guardando un po' più in là che agli ultimi due anni. Sostiene infatti Giuseppe Pisauro, docente di Scienza delle Finanze e appena scelto come presidente dell'Ufficio parlamentare di bilancio, che "la spesa delle amministrazioni centrali, delle Regioni (esclusa la sanità) e dei Comuni si muove in modo tutto sommato analogo. I dati non suffragano quindi la tesi secondo cui il peso dell'aggiustamento degli ultimi anni dal lato della spesa sia ricaduto soprattutto sugli enti territoriali”. Dal 2001 al 2009, scrive Pisauro nel suo Rapporto 2013 sulla finanza pubblica italiana (edito dal Mulino), la spesa primaria dello stato centrale è cresciuta del 33,3%, quella delle Regioni del 34,3%. La prima poi ha avuto un tasso di crescita negativo dell'8,1 per cento dal 2009 al 2011, la seconda del 10,3%, secondo le stime di Pisauro. Non solo: secondo la Corte dei Conti, dal 2003 al 2008, cioè alla vigilia dell'inizio della crisi, la spesa regionale è cresciuta dell'8% all'anno, con una frenata soltanto a partire dal 2009.

 

Dicevamo, dunque: non dev’essere impossibile realizzare un taglio del 2,3 per cento della spesa annuale delle regioni, dopo l’aumento cui abbiamo assistito nel periodo pre crisi. Ma in realtà il taglio è ancora più contenuto: nel luglio scorso, infatti, con il Patto della Salute firmato da governo Renzi e regioni, si stabilì che il livello del finanziamento del Servizio sanitario nazionale a cui concorre lo Stato sarebbe aumentato. Il finanziamento per la sanità che lo Stato trasferisce ogni anno alle regioni, che poi lo dirottano sulle Aziende sanitarie locali, era pari a 67,7 miliardi nel 2000. E’ arrivato a 110,4 miliardi nel 2009, pari ai tre quarti circa della spesa finale regionale. Secondo la Corte di Conti, "nel periodo 2008-2012, la spesa per la sanità non ha subito sostanziali riduzioni". Eppure il governo ha deciso a luglio, d'intesa con le regioni, che questa spesa sarebbe cresciuta dai 109,9 miliardi nel 2014 ai 112 miliardi nel 2015. Per l’anno prossimo, dunque, il governo a luglio aveva previsto un incremento di 2 miliardi di trasferimenti alle regioni per la sanità. Adesso però lo stesso governo, sempre per il prossimo anno, chiede alle regioni di risparmiare 4 miliardi. Si potrà contestare l'incertezza creata: fatto sta che il taglio reale ai trasferimenti è dunque di 2 miliardi di euro per l'anno prossimo. Su una spesa complessiva di 160 miliardi e una spesa sanitaria di 110 miliardi, si tratta in definitiva di un taglio di poco superiore all'1 per cento delle uscite.

 

In regioni che spendono ogni anno 1 miliardo per il solo mantenimento dei Consigli regionali, e soprattutto alla luce delle cifre complessive citate e del loro aumento negli anni, affermare – come fanno i governatori – che "taglio dei costi" è sinonimo di "taglio del servizio", è soltanto una scusa per difendere lo status quo. Oltre che un affronto per quei cittadini e quegli imprenditori privati che in questi anni di crisi hanno rivisto i loro "bilanci" anche più dell'1 per cento. Per l’ennesima volta vediamo in azione nel nostro paese quella è stata definita "Legge di Wagner", dal nome dell’economista tedesco Adolph Wagner, morto nel 1917. Una legge che tenta di spiegare l’aumento della spesa pubblica nei Paesi sviluppati, facendolo derivare dalla naturale tendenza espansiva del numero di destinatari dei servizi pubblici, dalla stessa tendenza espansiva degli impiegati che li forniscono, e infine dall’aumento delle inefficienze dei programmi pubblici che implicano sprechi piuttosto generalizzati. Le regioni guardino al loro interno, non faticheranno a trovare esempi questa temibile legge della finanza pubblica.

 

Qui puoi riascoltare l'audio della puntata (dura soltanto 5 minuti!)

 

Qui le puntate precedenti:
 

Le mosse anti deflazione di Draghi nelle intuizioni di Irving Fisher

 

Ernesto Rossi, la governante di Calamandrei e l'Articolo 18

 

Joseph Stiglitz, il sovraffollamento delle carceri e il profitto "costituzionale"

 

L'Europa, l'economia sociale di mercato che piace a Merkel e qualche aporìa

 

La concertazione, questione di (scarsa) competitività e democrazia, dice il Nobel Phelps

 

Henry Ford, la contrattazione aziendale e il modello tedesco di "produttività"

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