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Dalle “città creative” ai Comuni ultra interventisti. Deriva di un ideale

2 Marzo 2014 alle 19:54

Molte amministrazioni locali hanno oggi difficoltà di bilancio. Questo in parte dipende dalla particolare congiuntura economica e dalla diminuzione dei trasferimenti dal centro. Sembra però il caso di chiedersi se non esistono anche ragioni strutturali più profonde. Come ho cercato di sostenere nel libro "La città responsabile" (Carocci, 2013) tre punti meritano probabilmente una discussione più approfondita.

In primo luogo, abbiamo forse attribuito troppi compiti alle amministrazioni locali. La scarsità di risorse nei confronti di incombenze velleitarie è un problema intrinsecamente irrisolvibile. Si pensi ad esempio alla pletora di servizi di cui oggi le amministrazioni locali si occupano direttamente: sarebbe il caso di tornare a chiedersi quali di essi siano effettivamente da assegnare in forma esclusiva al pubblico e quali invece sarebbe meglio lasciare alla libera iniziativa privata. Molte nuove tecnologie (ora sottovalutate) nel campo dell’energia, della comunicazione e della mobilità potrebbero contribuire a cambiamenti radicali nella “riassegnazione” dei compiti.

In secondo luogo, l’efficienza delle amministrazioni locali nel convertire le risorse – ottenute dai cittadini – in prestazioni e servizi è in molti casi modesta (in parte anche a causa del problema precedente). Pagare le tasse è ovviamente un dovere; ma è pur sempre un dovere condizionato al buon uso che delle stesse (deve) essere fatto. È poco rilevante combattere l’evasione fiscale se non aumenta la capacità delle amministrazioni (centrali e locali) di convertire ciò che ricevono in prestazioni adeguate. Negli studi comparativi internazionali sui risultati ottenuti dalle pubbliche amministrazioni in relazione alle risorse impegnate il nostro paese ottiene purtroppo piazzamenti poco lusinghieri.

In terzo luogo, le amministrazioni locali hanno spesso contribuito a soffocare l’intrapresa individuale attraverso regolamenti e piani sempre più numerosi e complicati (in campo edilizio, urbanistico, etc.) e tramite procedure burocratiche astruse e time-consuming. Tutto ciò aggrava, indirettamente, anche i bilanci comunali. Si può notare qui che, negli studi comparativi internazionali sulla facilità di aprire una nuova attività, l’Italia si piazza in posizioni indecorose.

A quest’ultimo proposito è forse utile una breve digressione. Negli ultimi decenni l’ideale della “città creativa”, intesa come città attivamente coinvolta nella generazione di innovazione secondo l’elaborazione pionieristica di Richard Florida, ha avuto un grande successo. In questa prospettiva molti hanno pensato che una componente necessaria di una città creativa fossero amministrazioni fantasiose. Ma, il punto cruciale è che sono le città e i loro cittadini che devono essere creativi, non le politiche urbane. In breve, per avere città creative non è necessario che le politiche siano creative a loro volta. 

In altri termini, l’amministrazione pubblica non deve sempre far qualcosa in positivo per ottenere una città creativa. È un’illusione pensare che noi possiamo innescare direttamente la creatività. Spesso, perché la creatività si accenda, è sufficiente che le amministrazioni pubbliche evitino di fare troppo – di interferire continuamente con i meccanismi sociali ed economici – e si limitino a garantire poche e chiare regole stabili di fondo (e pochi ed efficienti servizi pubblici fondamentali), lasciando il maggior spazio possibile alla sperimentazione sociale ed economica. Non una forma di deregolamentazione (situazione a cui più si avvicina l’attuale instabile ipertrofia normativa), ma, semplicemente, una forma più efficace e certa di regolamentazione. E tutto ciò nel pieno rispetto degli elementi ambientali fondamentali del nostro territorio (ma senza furorvianti fondamentalismi).

In conclusione, l’uscita dalla crisi e la ripresa dello sviluppo possono forse ripartire anche da una revisione profonda del ruolo delle amministrazioni locali, al fine di fare di nuovo delle città quei fondamentali motori di innovazione e crescita che sono state, in Europa, da almeno mille anni. 

di Stefano Moroni
Professore di Etica ambientale e Diritto urbanistico al Politecnico di Milano

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