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Perché ad Alfano&co. non basterà dire "meno tasse"

9 Dicembre 2013 alle 16:29

Una settimana fa il Nuovo Centro-Destra, creatura dell'ala filogovernativa del Pdl che non ha aderito a Forza Italia, ha tenuto a Milano un seminario a porte chiuse sulle prospettive del nuovo partito, con intellettuali, imprenditori, professionisti "vicini alla creatura di Alfano – come ha scritto Luca Ricolfi ieri sulla Stampa – e in qualche caso anche abbastanza lontani".

Cliccando qui potete leggere lo schema integrale della relazione presentata in quella occasione da Giovanni Orsina, storico della Luiss, autore del libro "Il berlusconismo nella storia d'Italia" (Marsilio) di cui si è discusso lungamente sul Foglio. Di seguito, invece, gli stralci che più hanno a che fare con il messaggio di politica economica che Alfano&co. dovranno tentare di presentare agli elettori.

Non una relazione compiacente. Carli di Malagodi: il consigliere del principe è quello che mette sotto il naso del principe i problemi, le cose che non vanno. Non quello che rassicura e loda

L’eredità programmatica del berlusconismo
1. i due elementi chiave del berlusconismo:
a) dà piena rappresentanza a una destra che non teme più di definirsi tale; si oppone rigidamente alla sinistra; per queste vie costruisce le precondizioni del bipolarismo;
b) postula che: l’Italia com’è oggi ci piace. Centralità della società civile; valorizzazione dell’imprenditorialità; Stato come problema, non come soluzione; retorica dello “Stato
amico” e della rivoluzione liberale;
2. questi temi programmatici, dopo vent’anni, sono ancora vivi e vegeti – anzi, per certi versi sono stati accolti anche a sinistra. Non per caso Berlusconi continua ad agitarli;
3. ma sono pure temi logori, al cui logoramento hanno contribuito potentemente anche il Cavaliere e chi gli è stato intorno:
a) di riforme costituzionali ed elettorali stiamo parlando da trent’anni: non ne possiamo più neppure noi “addetti ai lavori”, figurarsi gli italiani qualunque. Su questo terreno si misura uno dei più gravi fallimenti del berlusconismo (e non solo);
b) la rivoluzione liberale Berlusconi non l’ha fatta, e per tanti versi non l’ha neppure cominciata. E anche di questo gli italiani qualunque si sono accorti perfettamente;
c) il clima ottimistico dei primi anni Novanta è svanito da un pezzo, e insieme con esso la speranza che una rivoluzione liberale potesse rilanciare il paese. Il liberalismo è una parola d’ordine che entro certi limiti, usata con molto giudizio, può funzionare ancora, ma di certo non scalda i cuori;
4. chi intenda “ereditare” i temi programmatici del berlusconismo, pertanto, si trova in una situazione non facile:
a) i temi, sì, reggono ancora; e poi non c’è altro modo di mettersi “in asse” con la storia berlusconiana che recuperarli;
b) ma la loro ripetizione, e mancata realizzazione, ha stancato, né sono più capaci di suscitare grandi entusiasmi. Dire che si vuole abbassare la pressione fiscale, tagliare la spesa pubblica improduttiva, riformare la burocrazia, accelerare i tempi della giustizia, liberare dai vincoli le attività produttive ormai è facile, banale. Anzi: comincia a non essere più nemmeno controverso e a non differenziare poi troppo la destra dalla sinistra – o almeno certa sinistra. Ma chiama subito una domanda ulteriore alla quale non è facile dare risposta: «che garanzie mi dai tu di poter fare davvero tutto questo, dopo che tanti l’hanno promesso e non sono riusciti a farlo?»;
c) Berlusconi, nel non mantenere quel che prometteva, ha perduto di credibilità. E questo si riflette inevitabilmente anche sulle persone che lo hanno circondato;
d) questo, come detto, riguarda tutte le forze politiche – che propongano ricette stantie (o non ne propongano proprio nessuna) e che presentino una classe politica in tutto o in parte nient’affatto fresca. Del resto, idee nuove e risolutive in giro non è che ne abbondino. In altri quartieri, però, non ci si porta sulle spalle il fardello dei fallimenti berlusconiani – senza per altro essere Berlusconi.

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