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Perché i mercati, più del deficit, premiano le riforme spagnole

8 Dicembre 2013 alle 11:03

Il sorpasso nel rating. E’ questo l’evento che gli investitori danno per scontato nel 2014 nel rapporto tra Italia e Spagna. Quello iberico è oggi, per S&P’s, a “Bbb-” con outlook stabile, mentre quello di Roma segna “Bbb” con outlook negativo. A legge di instabilità attuale e spinta riformista del governo Letta invariata, il consensus del mercato vede probabile un nuovo downgrade italiano, magari coincidente, con la prima promozione di uno scalino del rating della Spagna. Perché? Conta il presente, ovviamente, in termini di pil che si proietta nel futuro e conta molto quanto fatto da Roma e Madrid nel 2012. Nell’ultimo trimestre, l’economia spagnola ha segnato più 0,1 per cento quella italiana ancora meno 0,3. Le previsioni danno l’ultimo trimestre dell’anno a più 0,3 per il pil iberico e ancora contrazione per noi. Un differenziale che prende forma nel 2012, ai tempi del governo Monti, quando – potrà sembrare incredibile dato il collasso sistemico delle banche iberiche – il pil spagnolo si è contratto molto meno di quello italiano: dell’1,6 invece che del 2,4 per cento. Il 33 per cento in meno se misurato sui dati italiani e addirittura il 50 per cento meglio se si prende per base il pil di Madrid. Nel 2012, l’economia italiana è stata la peggiore dell’Eurozona, Grecia esclusa, e la risposta a questa débâcle è semplice: perché l’Italia, a parte le solite pensioni, continua a rinviare le riforme indispensabili per restare allineati con la globalizzazione.

 

Il presidente della Banca centrale europea, Jean-Claude Trichet, nell’estate 2011, con la sua lettera a doppia firma con l’allora governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, era entrato nello storico problema della legislazione del mercato del lavoro italiano, suggerendo addirittura i dettagli delle riforme da adottare: meno rigidità nelle norme sui licenziamenti per i contratti a tempo indeterminato, interventi sul pubblico impiego, superamento del modello attuale imperniato sull’estrema flessibilità di giovani e precari e sulla totale protezione degli altri, infine una contrattazione aziendale che incentivasse la produttività. Neppure lo spread a quota 550 ha ottenuto un effetto riformatore; neppure la minaccia rappresentata per il benessere collettivo e per le future generazioni da un costo del debito insostenibile. Neppure l’affermazione del M5s come partito più votato alla Camera dei deputati. L’Italia, a differenza della Spagna, rimane un paese non facilmente riformabile e liberalizzabile, con una struttura di monopoli nei quali la proprietà pubblica non retrocede di un centimetro e un mercato del lavoro sempre più atipicamente regolamentato nel mondo globalizzato e ora, post crisi, anche molto distante dalle discipline sul lavoro degli altri paesi colpiti dal superspread.

 

In Spagna, invece, il governo di Mariano Rajoy ha introdotto una forma unica di contratto a tempo indeterminato nelle aziende con meno di 50 addetti prevedendo, contemporaneamente, una totale liberalizzazione dei licenziamenti. Inoltre, i contratti di impresa prevalgono su quelli nazionali o regionali, che alla scadenza saranno validi solo per altri due anni, poi i contratti saranno solo a livello di singola azienda. Il taglio agli stipendi dei dipendenti pubblici, inoltre, non è stato un tabù a Madrid ed è stato fatto, mentre in Italia la Consulta ha bocciato perfino il contributo di solidarietà del 5 o del 10 per cento su pensioni e salari più elevati della Pubblica amministrazione. Appena vinte le elezioni, Rajoy in poco più di sei mesi ha varato tre manovre in successione per 102 miliardi, una cosa mai vista nella storia iberica. Le molte riforme adottate e i tagli alla spesa corrente hanno posto le condizioni per la nascita della nuova economia spagnola. Il nuovo premier ha razionalmente preso atto che nel mondo globale di oggi e nel contesto dell’Eurozona sussidiare e fare spesa pubblica corrente non era più un esercizio possibile per la Spagna alla ricerca di un nuovo posizionamento competitivo. Ed è con un atteggiamento alla spagnola che il leader conservatore sta interpretando il momento storico che gli è stato riservato, in un paese di toreri e sfide al limite che ogni giorno gli ricorda come in Spagna i leader sono condannati ad avere coraggio. Così, mentre in Italia, appena il governo Letta ha ventilato la possibilità di tagli alla Sanità è stato investito da ogni tipo di critica anche al suo interno, il premier di Madrid già nel 2012 ha tagliato di 7 miliardi la spesa corrente della Sanità e di altri 3 quella dell’Istruzione, puntando più sul cambiamento dei meccanismi di spesa che sulla fiscalità.

 

Qui sta la principale differenza rispetto all’Italia. Le manovre tradizionali, come anche quelle adottate a ripetizione in Italia negli ultimi 30 mesi, solo basate sulle entrate, non bastano più ai mercati, che chiedono adesso una discontinuità compiuta rispetto alle politiche del Novecento. Rajoy riforma e in questo modo rassicura di più gli investitori e incassa il premio sui rendimenti dei Bonos. Il sorpasso dei Bonos sui Btp decennali – di fatto già realizzatosi – suona come un doppio campanello di allarme, perché in Spagna la finanza pubblica è molto meno virtuosa che in Italia. Il rapporto tra deficit e pil è al 6,8 per cento e resterà lì anche nel 2014, mentre il debito pubblico sfiora il 100 per cento della ricchezza nazionale quando era solo il 40 per cento nel 2008. Eppure mercati e investitori preferiscono dare un premio per il rischio più basso a Madrid piuttosto che a Roma, segno che le riforme del governo Rajoy rassicurano più delle discussioni su Imu e dintorni del governo Letta. Lo scorso 2 gennaio i Btp a 10 anni pagavano 283 punti più dei Bund, gli analoghi Bonos 362, quindi un titolo di Madrid rendeva quasi lo 0,8 per cento in più. Alla nascita del governo Letta, il 29 aprile, il differenziale era ancora favorevole ai Btp (296 contro 271). Ma l’azione del governo di larghe intese (quello di Madrid è un monocolore), invece di beneficiare lo spread regalando all’Italia una riduzione quantomeno analoga a quella conseguita dalla Spagna, non ha dato i benefici attesi. Anche i titoli a breve di Madrid fanno meglio di quelli italiani. Segno che le larghe intese di galleggiamento hanno poco appeal per Lady Spread e che, se qualcuno si illude di galleggiare senza riformare in profondità l’economia fino al 2015, allora è bene che metta in conto che i mercati lo faranno presto risvegliare in malo modo.

 

Tutta una questione di stabilità politica? Niente affatto, visto che il premier spagnolo, Rajoy, non è mai stato tanto debole come oggi nel corso dell’attuale legislatura, inseguito com’è da scandali di varia natura e da una caduta di credibilità. I mercati vendono i Btp perché le entrate tributarie vanno tutt’altro che bene e perché, non avendo i governi Monti e Letta avuto alcuna capacità di incidere sulla spesa corrente, la sostenibilità dell’apparato pubblico italiano (che oggi costa di più ai contribuenti di quanto non fosse prima della crisi) è sempre meno possibile da parte di un paese che ha perso circa 9 punti di pil dal 2008. La differenza è tutto del saper decidere e fare: la Spagna fa, l’Italia discute. Ma i mercati oggi vendono chi discute e premiano chi riforma: a Shanghai, Londra, Singapore, New York e San Paolo, “Italia” ormai fa rima con vecchiume e con palude.

 

Rajoy, iniziando a tracciare la via del post welfare state spagnolo, meno basato sulla fiscalità e gradualmente privatizzato, ha prodotto il punto di svolta della crisi del suo paese. Del resto, con una disoccupazione stabile al di sopra del 20 per cento e una concreta difficoltà nel collocare i titoli di stato a tassi sostenibili, non ha avuto molte opzioni alternative praticabili. Meglio avere una Sanità pubblica che assicura i soli servizi di base che andare in default come la Grecia e non potersi neppure più permettere di comprare le medicine o di pagare le pensioni. Ora si tratta di capire se quanto realizzato a Madrid si farà realtà riformista a Roma, oppure se i Btp saranno l’asset da vendere nel 2014.

 

di Edoardo Narduzzi

(questo articolo è apparso sul Foglio di carta di martedì scorso)

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