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Ci lasciamo impressionare troppo dalle cattive notize, dice Zingales

13 Agosto 2013 alle 08:43

Più ascoltiamo cattive notizie e meno investiamo, anche se le cattive notizie in realtà non ci riguardano. A sostenerlo non è più Silvio Berlusconi in campagna elettorale, né l’attuale ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, che ha bacchettato l’Istat per eccesso di sfiducia sulla “svolta” in arrivo per l’Italia, ma uno studio appena pubblicato dal National Bureau of Economic Research statunitense, “Time varying risk aversion”, firmato da tre noti economisti italiani: Luigi Guiso (Einaudi Institute for Economics and Finance), Paola Sapienza (Northwestern University) e Luigi Zingales (Università di Chicago, editorialista del Sole 24 Ore). I dati su cui gli autori basano il loro studio sono quelli di un sondaggio del 2007 tra i clienti di “una grande banca italiana”, poi aggiornato nel 2009 – dopo il crack di Lehman Brothers – dagli stessi ricercatori. Ciò che colpisce è che in due anni “l’avversione al rischio” aumenta allo stesso modo attraverso tutto lo spettro degli intervistati: non conta quanto l’individuo abbia effettivamente perso per colpa della crisi (non vuole più rischiare anche chi non ha bruciato un euro), non conta nemmeno quali tipi d’investimento abbia privilegiato l’intervistato (avanza con circospezione pure chi aveva investito in titoli di stato o altri asset sicuri), né infine la situazione personale nel medio-lungo termine (esagerano con la cautela pensionati o dipendenti pubblici, con un reddito fisso e certo).

Sono gli effetti del “panico alla vecchia maniera”, ipotizzano Zingales & co, che poi paragonano questi investitori al celebre cane di Pavlov: lui iniziava a sbavare appena sentiva un campanellino (cui associava cibo in arrivo, anche se quello non arrivava), noi invece decidiamo di non investire perfino se le “immagini di un pesante crack di Borsa” non ci concernono minimamente. Gli studiosi hanno ripetuto l’esperimento in laboratorio, scoprendo che dei giovani economisti sono disposti a rischiare il 27 per cento in meno dopo aver visto un film horror per 10 minuti. La pellicola non ha nulla a che fare con la realtà, ma basta per renderli timorosi, con immaginabili contraccolpi negativi per l’economia.

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