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Operazione verità su debito, Pa e Cav. Parla "Gp" Galli

Nell'ambito del concorso di idee "Ce la faremo?", sabato ho intervistato Giampaolo Galli, deputato del Pd e fino a metà 2012 direttore generale di Confindustria. Ecco il risultato della chiacchierata

12 Maggio 2013 alle 09:09

Nell'ambito del concorso di idee "Ce la faremo?", sabato ho intervistato Giampaolo Galli, deputato del Pd e fino a metà 2012 direttore generale di Confindustria. Ecco il risultato della chiacchierata

Superamento dell’Imu sulla prima casa e rifinanziamento della cassa integrazione (Cig) in deroga sono “l’agenda dell’emergenza”, dopodiché – se come paese vorremo tirarci fuori dai pasticci – il governo Letta e la grande coalizione che lo sostiene dovranno presto avere “una prospettiva di più largo respiro, ispirata innanzitutto al ‘principio di realtà’ al quale ci ha richiamato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano”. A parlare con il Foglio è Giampaolo Galli, deputato del Partito democratico e fino a metà 2012 direttore generale di Confindustria. “Il paese non cresce da 15 anni almeno, la crisi finanziaria e la costruzione dell’euro c’entrano fino a un certo punto con la nostra crisi odierna”, è questa l’operazione verità da cui partire secondo Galli. Ci sono almeno “due grandi questioni”, quindi, da affrontare: “Il debito pubblico e le condizioni in cui operano le nostre imprese”.

“E’ dal 1992 che proviamo a ridurre il debito pubblico, con risultati altalenanti, ma il fatto è che oggi il rapporto debito/pil è al 130 per cento, più gravoso che alla metà degli anni 90. Possiamo pensare bene o male delle ricerche di Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart – dice Galli riferendosi ai due economisti di Harvard i cui influenti studi sulla crisi finanziaria e l’indebitamento sono stati recentemente contestati per alcuni errori di calcolo – ma è un dato di fatto che un debito così alto, scoraggia sia gli investitori stranieri sia quelli italiani”. Non è solo un problema di spread e spesa per interessi: “Sempre più, oggi, si investe soltanto in quei paesi in cui non c’è il mimimo dubbio sulla solvibilità dello stato. Perciò dovremmo smettere di lamentarci dell’Europa o della Germania, e aggredire questo problema”. Il secondo dossier su cui creare convergenza politica è quello che riguarda la vita delle imprese: “Dovremo affrontare il côté della pressione fiscale con prudenza, con sgravi cui corrispondano di volta in volta riduzioni della spesa pubblica”. Galli non ha problemi a sostenere il metoto della “spending review” di Mario Monti, ma con una precisazione. “Sia Monti che Giulio Tremonti, ministro dell’Economia di Berlusconi, alla fine sono ricorsi ai tagli lineari” per ridurre la spesa pubblica. Non per cattiveria o inesperienza, è il ragionamento del deputato democratico Galli, “ma perché in Italia non abbiamo gli strumenti conoscitivi che permettano di incidere davvero sulla Pubblica amministrazione centrale, gli enti locali e via dicendo. Per non dire della nostra abitudine a non prevedere né analizzare gli effetti delle riforme”. Un’altra operazione verità, dunque.

Per “uscire dalla logica emergenziale” che prevale in Italia da decenni, “la prima grande riforma dev’essere quella della Pubblica amministrazione. La nostra Pa, in quanto a efficienza ed efficacia, è peggiore di quella dei paesi con cui siamo soliti confrontarci. Occorre un piano pluriennale che non sia affidato a un solo ministro o a un solo commissario ad hoc, per quanto competenti”. Con un governo di grande coalizione, non si rischia di voler accontentare un po’ tutte le constituency, evitando riforme tanto radicali e di ampia portata? “Al contrario, questa è un’occasione. Le operazioni su debito pubblico, fisco, spesa pubblica e Pa richiedono ampi consensi. Inutile farsi scoraggiare da queste schermaglie iniziali sull’Imu, che sarebbe appannaggio del Pdl, e sulla Cig, d’appannaggio del Pd. Anche in un governo non di coalizione ci sono stati gli stessi contrasti tra ministri: ricordo che Tremonti, per esempio, opponeva resistenza all’abolizione dell’Imu. Mentre un ministro come Sacconi rivendicava con orgoglio di avere introdotto la Cig in deroga. I contrasti sono fisiologici”. Galli si definisce “sostenitore del bipolarismo, ma non di quello litigioso degli ultimi anni”.

Anche in questo senso l’esperienza attuale “potrebbe, anzi deve”, tornare utile: “Vorrei contrastare il luogo comune per cui coalizioni coese riescono a fare di più rispetto a coalizioni bipartisan. Nel 2001 la coalizione di centrodestra voleva fortemente la riforma dell’articolo 18, ma non se ne fece nulla. Con tutti i suoi limiti, la riforma si è fatta nel 2012, con una strana maggioranza a sostegno di Monti”. All’opposto, il “bipolarismo litigioso” ha contribuito soltanto “a disfare le riforme degli esecutivi precedenti, fossero di tipo costituzionale o economico come fu per ‘Industria 2015’ di Prodi e Bersani. Così tutto si infrange in centinaia di piccole iniziative incoerenti e soprattutto in migliaia di rivoli di spesa pubblica”. Oggi, invece, “con una grande coalizione si può sopperire alla fase di ‘mancata esecuzione’ delle riforme che ci ha sempre penalizzato”. Ci sarà un altro possibile frutto virtuoso della grande coalizione: “Non possiamo più spaccare il paese tra berlusconiani e antiberlusconiani. Altrimenti metteremmo a rischio il governo Letta e non risolveremmo i problemi reali”.

Infine l’ex dg di Confindustria Galli fa un appello alle parti sociali: “Non ero d’accordo con Monti che escludeva i sindacati dalle consultazioni. In Europa non si fa, anzi. Però è indubbio che se chiedi a un qualsiasi imprenditore tedesco perché le riforme di Berlino all’inizio degli anni 2000 hanno avuto successo, ti risponde che è stato decisivo il mutato atteggiamento dei sindacati nell’affrontare ristrutturazioni anche radicali – conclude – Oggi occorre avviare una fase di cooperazione fra imprese e sindacati a livello aziendale”.

(Dal Foglio di sabato 11 maggio)

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