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Così Monti ha riportato l'Italia al capotavola d'Europa

Il governo capitalizza il rigore e strappa margini per gli investimenti all’Ue. Il via libera convinto di frau Merkel

16 Marzo 2013 alle 10:58

Bruxelles. “E’ pienamente giusto che l’Italia, con un deficit pubblico sotto il 3 per cento del pil, possa avere maggiore spazio sugli investimenti”. La frase pronunciata ieri dalla cancelliera tedesca, Angela Merkel, ancor più delle conclusioni ufficiali del Consiglio dell’Unione europea di giovedì e venerdì, dà il senso del nuovo corso intrapreso dalla politica economica europea. Certo, il flusso continuo dell’informazione non perdona: “Nessuna rivoluzione”, è la chiosa degli esigenti compulsatori di vertici brussellesi. D’altronde però, ricorda ai suoi in queste ore Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Affari europei uscente e braccio destro di Mario Monti nei diciassette mesi passati a fare la spola tra Roma e Bruxelles, “i circuiti europei hanno il metabolismo lungo”. I rovesciamenti radicali e improvvisi, “rivoluzionari” appunto, non li vedremo mai finché le decisioni dell’Ue resteranno il risultato di accordi intergovernativi tra 27 leader di stato. Le basi delle conquiste di ieri – continua il ragionamento – sono state gettate alla fine del 2011: allora, con l’applicazione del rigore fiscale, il governo italiano mise in chiaro che non esistono (più) i pasti gratis. Solo su solidità e credibilità interna si può fondare l’autorevolezza in Europa.

Così, ieri mattina, nelle conclusioni del summit, l’atteso riferimento alla “necessità di un risanamento di bilancio differenziato e favorevole alla crescita” c’era. Lo aveva auspicato Monti nella sua lettera inviata al presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy, poco prima che iniziassero i lavori. I più scettici osservano che già nelle conclusioni del vertice Ue del dicembre scorso si leggeva: i paesi che si trovano “nel braccio preventivo del Patto di stabilità e crescita”, ovvero con un deficit che raggiunge al massimo il 3 per cento del pil, potranno “equilibrare la necessità di investimenti pubblici con gli obiettivi della disciplina di bilancio”. Tradotto dal gergo brussellese: se la correzione dei conti è avviata e il pareggio di bilancio è in vista, allora l’obiettivo contabile del “deficit zero” passa in secondo piano rispetto agli investimenti sulla crescita. Questa apertura, già a dicembre, fu uno scostamento non da poco rispetto all’arcigno Fiscal compact firmato nel 2012 per blindare i conti pubblici. Ora – osservano i negoziatori italiani – è significativo innanzitutto che l’apertura alla flessibilità di bilancio sia ancora lì, nonostante le intemperanze di alcuni leader “nordici” (in prima linea i finlandesi): segno che Berlino ha dato un assenso pieno. Adesso, inoltre, la versione light della “golden rule” è ribadita due volte nel testo, con il suggerimento esplicito di impiegare le risorse liberate per “misure mirate a breve termine” a sostegno dell’occupazione, soprattutto giovanile. Palazzo Chigi pensa a incentivi fiscali per contratti a tempo indeterminato e d’apprendistato per i giovani. Infine: questo margine di flessibilità sui conti è al momento il riconoscimento più utile per Roma che, a differenza di Francia, Portogallo e Irlanda, non ha mai chiesto (e ottenuto) più tempo per azzerare il deficit.

Dietro tale “ammorbidimento” c’è anche lo zampino di Mario Draghi. Il presidente della Banca centrale europea, dopo aver chiarito lo scorso settembre – con la creazione dello “scudo” per i titoli di stato dei paesi in difficoltà – che la preoccupazione dei mercati rispetto all’euro non era soltanto colpa dell’irresponsabilità fiscale dei paesi latini, da mesi si applica per affiancare riforme pro crescita e istituzionali al mantra dell’austerity über alles. Giovedì notte, alla riunione ristretta dei leader dell’Eurozona, Draghi ha parlato per primo: una sorta di “lectio magistralis” ai capi di governo, iniziata questa volta – non a caso – ragionando sulla strozzatura del credito alle imprese e sul bisogno di creare occupazione.

La fine dell’eurocrisi non è comunque dietro l’angolo. Nella notte di giovedì, infatti, Monti ha potuto esprimere una cauta soddisfazione per i risultati raggiunti – “dopo le aspre discussioni, anzi intense”, si è corretto –, ma ha detto pure che è arrivato il momento che “l’Ue consideri in maniera più seria le elezioni”. E’ la stessa linea del presidente francese, François Hollande: Monti è stato importante "per l’Italia e per l’Ue”, ha detto, ma dal voto italiano emerge “il rischio di rigetto dell’Europa in quanto tale”.

(dal Foglio di oggi)

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