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Il mercato ha sempre ragione. Parlano Angela ed Enriques

13 Marzo 2013 alle 09:48

“Tagliare l’erba sotto i piedi al sistema economico, escludendo il mercato ogniqualvolta sia possibile soddisfare i propri bisogni autonomamente, tramite l’autoproduzione, o instaurando rapporti con gli altri, attraverso scambi non mercantili basati sul dono e sulla reciprocità”. Lo disse qualche tempo fa il comico Beppe Grillo, oggi leader del Movimento 5 stelle, il primo partito in Italia. Questo non trasforma automaticamente il voto a Grillo in un voto anti mercato, eppure è indubbio che nel brodo culturale in cui navigano gli eletti grillini prevale una certa “disinvoltura” rispetto alle materie economiche: si parla di reddito di cittadinanza per tutti senza riflettere troppo sui costi, si ipotizza l’uscita dell’Italia dall’euro senza soppesarne le conseguenze, si prospetta la pubblicizzazione di acqua e servizi pubblici vari, eccetera. Né è soltanto tra i neoarrivati grillini che si annida il pregiudizio anti mercato.

“L’unico partito con una piattaforma marcatamente pro mercato era Fermare il declino – dice al Foglio Luca Enriques, già commissario Consob e oggi Visiting professor ad Harvard – e non ha mai potuto aspirare a qualcosa in più del raggiungimento del quorum”. Senza nemmeno raggiungerlo, visto che Fare si è fermato all’1 per cento dei consensi. “Perfino l’esperienza dei tecnici di Mario Monti è stata deludente rispetto all’idea di far arretrare un po’ il perimetro dello stato. D’altronde è curioso che in Italia anche chi è fortemente anti-politica è poi a favore dell’intervento statale nell’economia, come dimostrò il referendum sulla gestione dei servizi idrici nel 2011 oppure oggi il programma dei grillini. Ci si illude che cambiando le persone si possano correggere certe storture, non viene mai in mente che siano i meccanismi istituzionali e lo stato in generale a creare distorsioni”.

Ne è convinto anche Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni, che nel suo ultimo libro – “L’intelligenza del denaro” (Marsilio) – scrive tra l’altro: “E’ questione prepolitica, è un problema culturale. In Italia continuiamo a non comprendere che il mercato è un processo: una storia la cui fine non è stata ancora scritta”. O ancora: “Il mercato è un film, non è una fotografia. Esso merita di essere preservato e difeso non perché produce un certo esito, ma precisamente perché nessuno sa dove ci porterà di preciso”. Idea destabilizzante – ma non per chi abbia letto alcuni classici del pensiero economico liberale come Ludwig von Mises e Friedrich Hayek –, e che per questo necessita anche di essere comunicata a dovere e non invece distorta in maniera sistematica.

Non a caso oggi, alla presentazione a Roma del libro di Mingardi, parteciperà anche – a fianco di Marcella Panucci, direttore generale di Confindustria, e Salvatore Rossi, vicedirettore generale della Banca d’Italia – uno storico giornalista Rai e divulgatore scientifico come Piero Angela. “La creazione di ricchezza è compito del mondo produttivo. E’ soltanto nella distribuzione della ricchezza che entra in campo la politica. Questo è uno dei messaggi di fondo su cui è necessario fare chiarezza”, dice Angela, che proprio alla crisi economica ha dedicato a dicembre una puntata speciale del programma “Superquark”, dal titolo beneaugurante “Uscire dal tunnel”. Allora disse tra l’altro che se il ruolo redistributivo della politica diventa preminente su quello produttivo, “si va in rosso e bisogna indebitarsi”. “Sarà pure vero che il pubblico risponde meno a certi stimoli che vengono dalla televisione, come quando si tratta di questioni economiche – ammette Angela – ma qui manca perfino l’offerta! Occorre un linguaggio che sia visivo e attraente, e a quel punto si potranno evitare visioni caricaturali del sistema capitalistico, facendo luce invece su un meccanismo di base potentissimo come quello della concorrenza. Che, associato alle evoluzioni tecnologiche, fa sì che nell’arco della vita di mio padre e mia siamo passati dalle candele ai satelliti. Non male, direi”, conclude il conduttore televisivo prima di dirigersi al carcere di Rebibbia per tenere una lezione. Di economia, ovviamente.

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