cerca

Lezioni cinesi (per Berlino)

Gli squilibri economici tedeschi? Peggio di quelli di Pechino. Berlino impari a stare al mondo, dice il Wsj

di David Wessel
Copyright Wall Street Journal, per gentile concessione di MF/Milano Finanza. Traduzione di Marco Valerio Lo Prete

8 Marzo 2013 alle 17:00

Un rapido quiz: quale delle maggiori economie del pianeta sta facendo più affidamento sulle esportazioni verso il resto del mondo e meno affidamento invece sulla domanda domestica? La Cina, a lungo bersaglio delle lamentele americane? O la Germania, paese forte dell’Europa?

L’avanzo commerciale cinese – cioè la misura migliore della situazione commerciale e un buon indicatore di quanto un paese dipenda dalla domanda che viene dall’esterno dei suoi confini – è passato dal 10 per cento del prodotto interno lordo nel 2007 al 2,6 per cento nel 2012. L’avanzo commerciale della Germania, all’opposto, è diminuito di poco: dal 7,5 al 6,4 per cento del pil nello stesso periodo. In qualsiasi momento, nell’economia mondiale, alcuni paesi sono esportatori e altri importatori. Ma questo non è un momento qualsiasi. L’economia globale cresce lentamente soprattutto perché è affamata di domanda. Quando la torta non cresce, un’economia forte che ha un significativo surplus di bilancio sta dunque sottraendo il pranzo a qualcun altro. Questo processo è particolarmente evidente in Europa. L’Europa meridionale si sta sforzando per aumentare le proprie esportazioni e utilizzare il ricavato per pagare i debiti. A ogni diminuzione dei deficit delle bilance commerciali di Portogallo, Spagna e Italia deve corrispondere una diminuzione del surplus di bilancio di qualcun altro, è semplice aritmetica economica.

La Cina lo ha compreso. Ha permesso alla sua valuta di apprezzarsi rispetto a quelle dei suoi partner commerciali, il che rende le esportazioni di Pechino meno attraenti. Ha speso molto – troppo, probabilmente – per investimenti in tutto ciò che è immaginabile, dalle aziende siderurgiche agli aeroporti. Sta consentendo che carenze di offerta di lavoro spingano in su i salari, il che dà ai consumatori un maggiore potere di spesa. Certo, almeno in parte la riduzione dell’avanzo commerciale cinese si spiega più con le circostanze che come risultato di una scelta consapevole. I suoi principali mercati di destinazione delle esportazioni, Stati Uniti ed Europa, non comprano più ai livelli di prima. Inoltre l’appetito di Pechino per le materie prime ha spinto in alto i prezzi delle stesse e con essi il peso relativo delle importazioni.

La Germania è un’altra storia, più antica. “Questo tema circola sin da quando ho assunto la mia posizione al desk Germania del Fondo monetario internazionale, nel 1987”, dice Thomas Mayer, oggi economista di Deutsche Bank di base a Francoforte. Il rigido modello tedesco di business data dagli anni 50, quando lavoratori impoveriti producevano beni da vendere ai soldati americani che erano tornati negli Stati Uniti. I tedeschi risparmiarono molto, e ciò vuol dire che spesero di meno. I produttori facevano più affidamento sulle vendite all’estero. Nel tempo, dice Mayer, è emerso un ciclo economico. Un periodo di forti esportazioni e crescenti avanzi commerciali avrebbe spinto in su il marco tedesco. L’apprezzamento della moneta avrebbe a sua volta frenato le esportazioni. Ciò avrebbe fatto salire la disoccupazione. Questo avrebbe provocato un forte aumento di produttività che avrebbe ristabilito la competitività internazionale della Germania; le esportazioni sarebbero tornate a crescere.

La riunificazione della Germania ha distrutto questo ciclo, visto che i consumatori dell’est dovevano recuperare 40 anni di privazioni. Ma anche questo fu temporaneo. Dopo i cambiamenti delle leggi sul mercato del lavoro che hanno ristabilito la competitività negli anni 2000, le esportazioni sono risalite. L’avvento dell’euro ha distrutto il naturale movimento riequilibratore dei cambi monetari. Se la Germania avesse ancora il marco, la valuta si apprezzerebbe e le esportazioni diminuirebbero. Ma il marco ha lasciato il passo all’euro, e le difficoltà del resto del continente impediscono alla valuta di apprezzarsi. In questo modo la Germania, comprensibilmente orgogliosa del fatto di aver ricostruito la sua potenza manifatturiera, si gode un boom dell’export. Il suo consiglio al resto dell’Europa è: “Siate più simili a noi. Abbiamo reso le nostre industrie più competitive. Abbiamo ridotto il nostro deficit pubblico. Dovreste farlo anche voi”. Berlino non vede ragioni per fare nulla che possa limitare le sue esportazioni. “La Germania vede il successo del proprio export come un obiettivo in sé piuttosto che come un mezzo per raggiungere un fine”, dice Adam Posen, del Peterson Institute for International Economics. Questo approccio, però, minaccia la sostenibilità dell’euro. Compromette anche le prospettive dell’Europa del sud di ripagare i prestiti che i risparmiatori tedeschi, le banche e i governi le hanno elargito. Danneggia l’economia globale. I libri di testo keynesiani suggerirebbero più spesa pubblica per Berlino, ma questo non accadrà. Un’impennata degli investimenti in Germania sarebbe pure benvenuta, ma le società tedesche non paiono così inclini.

(…) Forse l’unica soluzione pratica per la prima economia dell’Eurozona è lasciare aumentare gli stipendi in linea con la produttività, così i consumatori avrebbero più possibilità di spendere e le industrie perderebbero un po’ della loro competitività. Ridurre un avanzo di bilancio significa, essenzialmente, che una società consuma tanto quanto produce. L’idea che consumare ciò che si produce sia una “punizione” è esclusivamente tedesca. Forse la Germania potrebbe imparare qualcosa dalla Cina.

di David Wessel
Copyright Wall Street Journal, per gentile concessione di MF/Milano Finanza. Traduzione di Marco Valerio Lo Prete

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi