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Perché gli elettori disillusi dal welfare puniscono le sinistre

27 Febbraio 2013 alle 23:29

Nelle quattro economie dell’euro in cura da spread dove si era già votato, e quindi escludendo la Francia i cui titoli di stato godono ancora della tutela implicita dell’ombrello tedesco, il messaggio era stato chiaro: le coalizioni di sinistra, nonostante una grave recessione e la disoccupazione galoppante, non sanno intercettare i voti della maggioranza degli elettori.

In Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna, dove si era votato prima dell’Italia, il poker era stato completo: in tutti e quattro i paesi il partito più votato era stato quello centrista o moderato. Ora le elezioni italiane confermano questa tendenza dei corpi elettorali europei. Perché, dunque, neppure la peggiore crisi finanziaria da quando è nato l’euro e il più avverso ciclo economico da generazioni hanno convinto gli europei ad affidare il proprio destino politico ai partiti di sinistra? Perché l’offerta politica messa in campo dalla sinistra non ha riscosso consenso? Perché l’Europa ha preso atto che la sua costruzione sociale nel mondo contemporaneo non è difendibile senza profonde riforme. La presa di coscienza sul punto è generalizzata, come conferma lo storico rinnovo di mandato in Svezia al premier conservatore impegnato su un programma di riduzione fiscale e di riforme e tagli del welfare e della spesa pubblica, capaci di abbattere il rapporto tra debito pubblico e pil. Lo conferma anche il voto al conservatore inglese David Cameron, promotore della Big Society, fautore del passo verso la privatizzazione di parte del welfare in favore soprattutto del cosiddetto no profit.

Lo stato sociale europeo avrà molti pregi, ma produce un contesto nel quale il grado di innovazione e di crescita è ridotto, necessita di una fiscalità robusta per essere finanziato e, soprattutto, è molto difficile da esportare. Piace molto agli europei, molto meno fuori dall’Europa. E allora, pragmaticamente, gli europei hanno preso atto che forse è giunto il momento di ripensare, almeno in parte, l’organizzazione del cosiddetto welfare state. Del resto il ceto medio europeo è estinto o è in via di esserlo e non dispone più della capacità fiscale di un tempo, quella che gli aveva permesso di finanziare un generoso stato sociale; i lavoratori sotto i quarant’anni sono spesso precari e mal pagati e hanno ancora meno capacità fiscale di mantenere un generoso welfare pubblico. Oggi gli europei hanno capito che una maggiore spesa pubblica significa più imposte un domani su generazioni che sono già indebitate e che devono difendere l’erosione salariale dalla competizione asiatica. Capiscono che affidarsi a una rinnovata spesa pubblica per andare oltre la crisi è una scorciatoia tentatrice ma non risolutiva del malessere europeo. Così la maggioranza degli elettori è molto più spaventata da un incremento della pressione fiscale di quanto non possa essere conquistata dai vantaggi di un’ampliata spesa pubblica.

E’ un salto di maturità elettorale: iniziare a porre paletti invalicabili alla pretesa fiscale dello stato significa definire i confini dell’azione pubblica e gettare le basi per un ridimensionamento della spesa statale. Soprattutto, mettere un tetto al prelievo fiscale degli stati è un segnale inequivocabile verso i costi della macchina del welfare. Comunque lo si analizzi, il welfare state novecentesco non sta più in piedi. Non lo vogliono adottare i paesi emergenti, non ci pensano a pagarlo i consumatori, non sono intenzionati a difenderlo i politici più coraggiosi, non esistono le basi fiscali per finanziarlo. Serve un dibattito serio su quale sia il concreto livello di servizi sociali finanziabile e si archivi un modello del passato che non può più essere esportato. Ciò spiega perché le tradizionali piattaforme welfariste della sinistra europea subiscono una sconfitta elettorale dopo l’altra, quasi senza soluzione di continuità.

di Edoardo Narduzzi

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