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Nella Singapore del capitalismo di stato, un’inedita piazza anti immigrati

21 Febbraio 2013 alle 08:36

“Conta la qualità non la quantità”, è stato lo slogan delle tremila persone che hanno animato il raduno più partecipato che si sia mai visto a Singapore dagli anni Sessanta del secolo scorso, se si escludono le manifestazioni elettorali. Oggetto della protesta, questa volta, erano però le politiche sull’immigrazione decise dal governo. Bersaglio dei singaporiani è stato il Libro bianco sulle politiche demografiche approvato nelle scorse settimane dal Parlamento. Con 5 milioni di cittadini su una superficie di 660 chilometri quadrati, Singapore è il secondo paese più densamente popolato al mondo, subito dietro il principato di Monaco. La città-stato governata con piglio autoritario e paternalista deve tuttavia confrontarsi con un tasso di natalità basso – 1,2 figli per donna – che rischia di minarne la competitività economica. Il piano dell’esecutivo, guidato da Lee Hsien Loong, prevede che la popolazione aumenti di un terzo entro il 2030, toccando quota 6,9 milioni. Di questi tuttavia buona parte saranno stranieri, anche perché gli incentivi e le misure per favorire la natalità avranno risultati soltanto nel lungo termine. Per sette anni consecutivi la città si è piazzata in cima alla classifica dei paesi dove più facile è fare affari, sebbene inizi a sentire nella regione la concorrenza di altre possibili mete di investimento, come la Malesia.

Per mantenere il proprio status, Singapore ha bisogno di immigrati qualificati, tasto dolente per i cittadini che imputano agli stranieri l’aumento del costo della vita, soprattutto case e trasporti, e la congestione del sistema infrastrutturale. Contraddizioni emerse già lo scorso novembre con lo sciopero non programmato di un centinaio di autisti di autobus cinesi che chiedevano l’adeguamento del proprio salario a quello dei colleghi di altre nazionalità. I disservizi nella città-stato, nota per l’ordine e la precisione, allora scatenarono il dibattito.

Per la comunità finanziaria, invece, rilassare le norme sui visti sarebbe necessario. Lo ha ricordato Jeremy Grant sul Financial Times, descrivendo le difficoltà per le società che intendono assumere dipendenti stranieri qualificati. Il problema sono i requisiti salariali minimi per ottenere il visto che permette di rimanere sei mesi a Singapore quando si è in cerca di lavoro. La cifra è stata portata da 20 mila a 87 mila euro, colpendo soprattutto i colletti bianchi impiegati nelle grandi multinazionali. “Anch’io preferirei meno stranieri però…”, inizia così l’intervento del ministro per le Risorse idriche e l’Ambiente, Vivian Balakrishnan, in difesa delle politiche governative. “Non si tratta tanto di bambini quanto di invecchiamento”, ha scritto sul suo blog: “Nel 2030 il numero dei singaporiani sopra i 65 anni sarà triplicato e arriverà a 900 mila. Chi si prenderà cura di noi? Oggi per ogni anziano ci sono sei persone che lavorano. Nel 2030 saranno soltanto due”.

Gli organizzatori della protesta di sabato scorso hanno cercato di allontanare dalla manifestazione l’ombra del razzismo e della xenofobia, nota l’Economist. Alcuni hanno anche cercato di non farla sembrare troppo politicizzata. In rete si legge della scarsa attenzione che il raduno ha ricevuto dai principali quotidiani, come lo Straits Times. Sarà perché da molti è stato letto come un segnale di malcontento verso il governo del People Action Party (Pap) che ha governato ininterrottamente la città-stato sin dall’indipendenza nel 1965 prima con il padre della patria, Lee Kuan Yew, e ora con il figlio, Lee Hsien Loong. Il Pap gode ancora di 80 seggi su 87 al Parlamento. Lo scorso 27 gennaio la sconfitta nelle suppletive per il seggio della circoscrizione di Punggol East, andata al Partito dei lavoratori, è stata la seconda battuta d’arresto dalle legislative del 2011, tornata in cui il partito-stato ha fatto registrare il suo peggior risultato. Colpa soprattutto, dicono gli osservatori, del crescente divario tra ricchi e poveri. E anche questo, nella città modello del capitalismo autoritario, alimenta la polemica rispetto all’afflusso di nuovi cittadini.

di Andrea Pira

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