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Piccoli (anti)confindustriali crescono

Parla il presidente di Confimi, Paolo Agnelli

11 Febbraio 2013 alle 23:01

Dici Agnelli e pensi alla Fiat. Ma un marchio omonimo dà lustro all’Italia in un’altra filiera produttiva d’eccellenza, quella dell’alluminio. Le pentole delle Agnelli Industries sono state innalzate agli onori della cronaca durante la seguitissima trasmissione di Sky Master Chef, ma il gruppo, che si articola in nove differenti realtà, è da anni tra i più stimati nel settore a livello europeo. La politica si è accorta di Paolo Agnelli solamente il 5 dicembre scorso, quando è diventato presidente dell’allora neonata Confimi Impresa (Confederazione dell’industria manifatturiera italiana), confederazione che riunisce oltre 20mila piccole e medie imprese del settore manifatturiero (330mila gli addetti, oltre 70 i miliardi di fatturato annuo) che hanno preso le distanze da Confapi, storica associazione che raggruppa le aziende della Pmi italiana. “Troppo spesso nel panorama associativo del nostro paese si ritrovano formule di aggregazione assolutamente eterogenee – hanno spiegato da Confimi – e tutti vogliono rappresentare tutti”, mettendo insieme “interessi fra loro inconciliabili”. Così chi si occupa di manifattura in Italia ha deciso di fare da sé. E, in vista delle elezioni a fine febbraio, ha proposto un “Manifesto” che è un vero e proprio programma di politica economica per il governo che verrà.

Agnelli ha le idee chiare su quel che bisogna fare e quel che non è stato fatto: “Il problema più importante nel nostro paese è l’eccessiva tassazione sul lavoro”, che non è stata risolta dalla riforma di Elsa Fornero. Ma più che sul versante dei licenziamenti, sui quali è infuriata negli scorsi mesi la polemica politica, il presidente di Confimi pone l’attenzione sulla necessità di una maggiore flessibilità in entrata. “L’iper-protezione del dipendente che viene assunto, unito ad un’eccessiva presenza dello stato sotto forma di tasse e burocrazia, disincentiverà sempre di più le piccole e medie imprese a creare nuovi posti di lavoro”. Il risultato è che chi prima si arrangiava tra un contratto di co.co.co. e l’altro, “oggi rimane direttamente a casa”.

Secondo Agnelli il nostro tessuto produttivo è poco competitivo: “Con le regole ferree che ci impone lo stato italiano e l’Unione europea è impossibile pensare di essere competitivi a livello internazionale. Quando Mario Monti disse che la riforma del lavoro avrebbe attirato investimenti dall’estero, diceva una sciocchezza, perché se non agisci anche sull’eccessivo carico fiscale che grava sulle imprese, sulla semplificazione, sulla rapidità e la certezza dei processi civili e amministrativi, non potrai mai pensare di attirare capitali stranieri”. E per quanto si debba “rispettare i vincoli sull’ambiente e sui diritti dei lavoratori”, bisogna agire in fretta sul costo del lavoro, “il più alto in Europa, e su quello dell’energia, “che drena più risorse di ogni altro al mondo”.

Dove reperire le risorse? “Da un drastico taglio della spesa pubblica che determini un alleggerimento del carico fiscale. L’Irap, per esempio, è un’imposta creata per sanare il default del sistema sanitario. È mai possibile che dobbiamo finanziare noi la malversazione delle amministrazioni?”. Un segnale in questa direzione “potrebbe essere un sensibile ridimensionamento del sistema delle province”. Ma, più complessivamente, il governo Monti non è riuscito a dare impulso alla crescita “perché ha agito come un medico che per far guarire il paziente gli somministra otto chili di antibiotico, rischiando di farlo morire”. Così adesso servono “le vitamine”. Un modello a cui guardare per uscire dall’impasse può essere quello sperimentato da Sergio Marchionne, con buona pace dei cugini grandi di Confindustria, da cui il Lingotto è uscito: “Ha avuto le sue ragioni nel portare avanti un certo tipo di politica industriale, perché ha rotto degli schemi che si sono ripetuti per anni. Capisco la storia particolare della Fiat, ma se fossi in Marchionne non starei un minuto di più in Italia”. Secondo il presidente di Confimi “i contratti di lavoro possono non avere intermediazioni da parte di sindacati e di associazioni di categoria”, perché la tutela dei diritti delle imprese tutela di riflesso quelli dei lavoratori. “Per esempio, se lo stato non  fa detrarre interamente l’imu che le aziende devono pagare, quel che rimane va registrato come utile, determinando un aggravio di costi incredibile per l’imprenditore. Noi lo stiamo denunciando, questa come tante altre cose. Confindustria e Confapi dove sono?”.

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