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Il Fiscal compact? Più bello che intelligente

Lo sostiene, di fatto, il ministro Enzo Moavero Milanesi

19 Dicembre 2012 alle 09:59

"Il Fiscal compact è una necessità, un po’ eterodossa secondo i giuristi puristi del metodo comunitario, ma efficace”. Lo ha detto ieri Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Affari europei e braccio destro del premier Mario Monti nelle trattative con i partner europei. Moavero è intervenuto a un seminario dell’Istituto affari internazionali (Iai) sul Fiscal compact, trattato intergovernativo che include vincoli fiscali più rigorosi per 25 stati Ue (su 27). Già le regole del “Six pack” voluto dalla Commissione Ue, ha ricordato il ministro, contenevano regole per ridurre deficit e debito pubblico, ma tutto questo “era passato abbastanza inosservato, né sufficientemente percepito dai mercati come garanzia”. Moavero ha anche fatto un riferimento al dibattito ospitato in questi giorni sul Foglio e lanciato dal giurista ed ex ministro delle Finanze, Giuseppe Guarino, sulla presunta illegalità del Fiscal compact. “Un dibattito rivitalizzato di recente grazie a contributi illustri”, quello su “in che misura si possa incidere con un accordo intergovernativo sui Trattati Ue”. E su cui il ministro si dice “personalmente influenzato dal giudizio (pro compatibilità, ndr) dei servizi giuridici comunitari”. Poi ha concluso con slancio pragmatico: “Si può essere d’accordo o no, ma è stato un successo per recuperare la fiducia dei mercati”.

Leggi anche tutti gli interventi ospitati sul Foglio sul tema della presunta illegalità del Fiscal compact.

Marco Valerio Lo Prete

Marco Valerio Lo Prete

Al Foglio dal marzo 2009, dove entra appena laureato in Scienze Politiche, il suo cursus honorum è il seguente: stagista, praticante, redattore dell'Economia, coordinatore del desk Economia e poi dal 2015 vicedirettore. Nasce nel 1985 sull'Isola Tiberina. Nella Capitale si muove poco: asilo, scuole elementari e medie, liceo e università, tutto nel giro di pochi chilometri quadrati. In compenso varca spesso (e volentieri) le frontiere del Paese natìo. Prima per studiare un anno nella ridente Rochester (New York, USA), poi – dopo numerose e più brevi escursioni – emigra all'Université Libre di Bruxelles per sei mesi. E a Bruxelles ci ritorna, ancora per sei mesi, per affiancare un formidabile manipolo di Radicali che lavora al Parlamento Europeo. Mentre si trova nel punto del globo più distante da Roma, facendo ricerca sull’immigrazione all’Università di Melbourne, in Australia, riceve una e-mail dal Foglio: non ci crede, pensa sia spam, invece è uno stage. Da qualche tempo si applica allo studio della lingua tedesca.  

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