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Il neo interventismo dei banchieri centrali può tentare Draghi

I banchieri centrali dei paesi occidentali osano sempre di più per sostenere l’economia in crisi, e i governi (quasi tutti) sembrano apprezzare

14 Dicembre 2012 alle 19:57

I banchieri centrali dei paesi occidentali osano sempre di più per sostenere l’economia in crisi, e i governi (quasi tutti) sembrano apprezzare. Ieri George Osborne, cancelliere dello Scacchiere di Londra, si è detto “felice” del dibattito aperto da Mark Carney, attuale governatore della Bank of Canada e futuro governatore della Bank of England: se la politica monetaria espansiva non basta per sostenere la ripresa, ha detto Carney, perché non pensare di abbandonare l’obiettivo di un’inflazione al 2 per cento e puntare più esplicitamente alla crescita? Due giorni fa il presidente della Fed americana, Ben Bernanke, ha compiuto una scelta altrettanto radicale: non solo ha rafforzato il Quantitative easing (allentamento monetario) preparando nuovi acquisti di titoli da gennaio, ma ha annunciato che i tassi d’interesse non saliranno finché la disoccupazione negli Stati Uniti non scenderà almeno al 6,5 per cento (oggi è al 7,7 per cento).

“Questa scelta della Fed è una grande novità. I limiti temporali che finora erano stati posti al mantenimento dei tassi d’interesse vicini allo zero non erano più credibili, non a caso cambiavano continuamente – dice al Foglio Pierpaolo Benigno, ordinario di Economia alla Luiss e una tesi di dottorato discussa nel 2000 a Princeton di fronte allo stesso Bernanke – Finalmente la politica monetaria viene condizionata a degli obiettivi, tra cui un tasso di disoccupazione al 6,5 per cento”. Benigno indica poi altre due “svolte” contenute nell’ultimo comunicato della Fed: primo, Bernanke ha riconosciuto in questo modo che il tasso di disoccupazione strutturale “è oramai più alto del 4 per cento pre-crisi”; secondo, nel breve periodo la Fed non si allarmerà per un’inflazione un po’ più alta del tasso di riferimento che è al 2 per cento. “E’ un Quantitative easing più flessibile”. In Europa, però, la Bundesbank ha subito precisato che le Banche centrali non possono pensare di correggere i “problemi strutturali” dell’economia. Un monito indiretto per la Banca centrale europea? “Formalmente la BuBa ha ragione, ma Bernanke non vuole incidere sul tasso di disoccupazione strutturale, quindi opera nei limiti del suo mandato”. Quanto alla possibilità che la Bce imiti la Fed, secondo Benigno ci sono almeno tre tipi di difficoltà. Innanzitutto “la Fed ha un board a grossa impronta accademica e tendenzialmente più innovativo e creativo”. Inoltre “la politica di Mario Draghi deve adattarsi a un’area monetaria eterogenea, che include paesi diversi come Germania e Grecia”. Infine, conclude l’economista, “Draghi ha già compiuto un fondamentale passo in avanti con il programma Omt, Outright monetary transactions, cioè l’impegno ad acquistare quantità illimitate di titoli di stato dei paesi in difficoltà”. Come dire che Berlino, con la sua attenzione spasmodica alla “stabilità dei prezzi” non permetterà altre innovazioni.

“La Bce, non va dimenticato, ha uno statuto diverso da quello della Fed, uno statuto che non contempla il sostegno alla crescita – dice al Foglio Luigi Paganetto, ordinario di Economia internazionale all’Università di Tor Vergata – Mi piacerebbe che virasse in senso ‘americano’, ma oggi i tedeschi possono difendere a buon diritto questo statuto. Anche se, considerati i nuovi poteri di supervisione assegnati dall’unione bancaria in fieri, la Bce non potrà più tirarsi indietro dal fatto di operare con decisione come prestatore di ultima istanza delle banche”. Paganetto crede però che le politiche eterodosse messe in campo da Fed, Bank of England e altre Banche centrali siano dettate più dall’“esigenza difensiva di rianimare un’economia in recessione” che frutto di “elaborazioni molto teoriche”. E il risultato, d’altronde, non è neppure garantito: “Se non riparte un ciclo d’investimenti, legato magari alle tecnologie energetiche e non più a quelle informatiche, la crescita non è assicurata”. Ma intanto le pressioni su Draghi crescono.

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