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I numeri che non tornano sulla legge elettorale

7 Dicembre 2012 alle 08:42

Anche questa settimana, come tante altre settimane che l’hanno preceduta, doveva essere quella “decisiva” per la scelta della legge elettorale delle prossime consultazioni nazionali. Questo almeno secondo quanto annunciato da quasi tutti i giornali italiani. Ma tra un’indiscrezione di stampa e una trattativa in Transatlantico, il paradosso è che nel dibattito in corso sembra completamente assente la proposta di riforma che più convince i parlamentari italiani: ovvero l’introduzione di collegi uninominali e quindi di un sistema maggioritario nel nostro paese. E’ questo il risultato di un’indagine svolta da Domenico Fracchiolla e pubblicata nel volume curato dal politologo Raffaele De Mucci. Fracchiolla analizza le risposte a un lungo questionario sottoposto a deputati e senatori dell’attuale legislatura per studiare la loro “autopercezione” e la loro opinione sui meccanismi di trasmissione del potere. Uno dei quesiti, in particolare, riguarda “gli accorgimenti e i provvedimenti necessari per migliorare il sistema di reclutamento della classe parlamentare”.

Le risposte che raccolgono la maggioranza assoluta dei consensi – essendo possibile scegliere più opzioni – sono due: il 52,7 per cento degli intervistati risponde che sarebbe necessario potenziare le strutture di formazione politica, mentre il 51,1 per cento indica come soluzione l’introduzione di un sistema elettorale con collegi uninominali. Soltanto il 29,9 per cento degli intervistati suggerisce la reintroduzione del meccanismo delle preferenze. D’altronde è noto che la presenza di un solo candidato per partito in ogni collegio e l’elezione di un solo rappresentante per collegio, caratteristiche del sistema maggioritario uninominale, sono storicamente associate a un rapporto più diretto tra eletto ed elettore, a un numero ridotto di partiti in Parlamento e a una maggiore stabilità politica. E’ probabile che per tutte queste ragioni gli attuali parlamentari italiani indichino il collegio uninominale come la via migliore per rendere più efficace la selezione delle élite. Eppure il risultato del questionario, per il lettore assiduo di quotidiani, appare sorprendente: non si vede infatti perché sui giornali si continui a discutere da mesi di sistemi elettorali spagnoli, tedeschi, perfino ungheresi, quando poi la maggioranza degli eletti assicura di preferire un sistema all’anglosassone per trasformare i voti in seggi.

Fracchiolla, nel suo studio, non azzarda ipotesi risolutive del paradosso, ma in questo senso può tornare utile il saggio introduttivo di De Mucci. Esso dà il titolo al volume e ruota attorno al concetto di “eccellenza” e soprattutto a quello di “partitocrazia”. Quest’ultima consiste, secondo l’autore, “nell’estensione anomala e patologica dell’area e degli strumenti di controllo esercitato dai partiti sulla circolazione delle élite istituzionali”. In particolare l’anomalia “si ha quando queste forme di controllo eccedono i confini del sistema politico per penetrare all’interno della società e del mercato”. Le cause della “palude partitocratica” sarebbero due: il “panpoliticismo” (ovvero il fatto che tutte le classi dirigenti sono subalterne al, o condizionate dal, potere politico) e la “persistenza degli aggregati”. Quest’ultimo è concetto paretiano che spiega “modelli di azione orientati all’inerzia e alla resistenza al mutamento”. E proprio l’inerzia e la resistenza al mutamento possono spiegare l’apparente contraddizione per cui i parlamentari italiani, pur consapevoli dell’utilità di un sistema maggioritario – per di più sostenuto da un referendum popolare dei Radicali negli anni 90 –, puntano invece su modelli opposti quando si tratta di legiferare.

(Recensione di "La Palude della partitocrazia", a cura di Raffaele De Mucci, Luiss University Press, 108 pp., 12 euro)

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