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I venti protezionistici (e molto politici) tra USA e Cina

Se Washington tiene fuori i colossi cinesi non è per ragioni economiche. Lo dicono gli analisti occidentali

12 Ottobre 2012 alle 19:25

La decisione degli Stati Uniti di impedire l’accesso al loro mercato interno ad alcune multinazionali cinesi è più che legittima, ma rubricare la vicenda a mero scontro economico-commerciale ci porterebbe decisamente fuori strada. La pensano così gli esperti d’intelligence e geopolitica consultati dal Foglio a proposito del caso che ha coinvolto Huawei e Zte, colossi mondiali delle telecomunicazioni con base in Cina che, lunedì scorso, sono stati definiti un pericolo per la “sicurezza nazionale” da una commissione ad hoc del Congresso americano. Il timore è che questi gruppi, mantenendo legami con il regime di Pechino, possano in qualche modo fare il doppio gioco, lavorando e facendo affari ad ovest ma cedendo segreti e know how a est. Tra l’altro la linea di condotta statunitense rischia di fare proseliti: anche il governo canadese – scrive il Guardian – starebbe prendendo in considerazione l’esclusione di Huawei dalla partecipazione a progetti governativi, mentre nel Regno Unito una commissione parlamentare si sarebbe messa all’opera per esaminare il dossier.

La decisione di Washington per molti versi non ha precedenti, dice Ian Bremmer, presidente del centro di analisi e studi statunitense Eurasia Group, eppure la reazione al tentativo di penetrazione delle due società cinesi di tlc è “appropriata”. Sostiene però Huawei, in un suo lungo comunicato di risposta al Congresso, che “gli Stati Uniti sono un paese dove vige lo stato di diritto. Sono diventati la principale potenza economica del mondo in breve tempo soprattutto grazie alla politica di apertura applicata nei passati 200 anni. Crediamo che gli Stati Uniti continueranno con questo spirito, in fondo Huawei non è differente da una qualsiasi delle start-up della Silicon Valley”. Replica Bremmer, i cui resoconti di viaggio tra cancellerie e Borse di tutto il mondo sono regolarmente compulsati dai principali investitori internazionali: “Huawei ha ragione a dire che Washington continuerà a promuovere apertura e stato di diritto. Ma quando la Cina mette in pericolo questi due principi per avvantaggiarsi, gli Stati Uniti saranno costretti a mettere in campo una politica industriale di ritorsione, per difendere gli interessi delle proprie aziende. Huawei è molto diversa da ‘una qualsiasi delle start-up della Silicon Valley’, non foss’altro perché il suo stato di origine – la Cina – non sostiene quei principi che Huawei chiede agli Stati Uniti di rispettare. E poi, chi sono davvero gli imprenditori dietro questo gruppo? Molti di loro sono ex appartenenti alle Forze armate cinesi, una notevole differenza con le usanze americane”.

Ma se dagli anni 90 a oggi quella dell’integrazione economico-commerciale è sempre stata ritenuta dall’America come la strada più efficace per coinvolgere Pechino nella comunità internazionale, lo stop a società così importanti non rischia di riportarci a relazioni ben più ostili tra le prime due potenze del pianeta? “Il processo di integrazione commerciale della Cina nel sistema- mondo non s’interrompe – dice Bremmer, che è appena intervenuto sul tema con un editoriale sul New York Times – Il paese è già legato in maniera irreversibile ai mercati globali: con trilioni di dollari investiti in titoli di stato americani, Pechino ha interesse in una ripresa dell’economia statunitense, mentre un aumento dei consumi cinesi crea opportunità per industria e agricoltura a stelle e strisce. Il commercio resta mutualmente conveniente. Poi, certo, gli scambi non offrono sempre una soluzione win-win, possono essere a somma zero, ed è nell’interesse americano definire chiaramente in quali aree il campo di gioco viene falsato dall’operato di Pechino o quando sono messi a rischio interessi di sicurezza nazionale, come nell’energia e nella cyber sicurezza. Definire chiaramente quali sono questi settori strategici aiuterà a diminuire i rischi per la sicurezza e a rendere più prevedibili e proficui gli scambi commerciali”.

Di “decisione non commerciale, ma politica” parlano anche gli analisti dell’Istituto Niccolò Machiavelli, diretto da Francesco D’Arrigo: “Il dossier costituisce formalmente una prima ritorsione, probabilmente ne seguiranno altre, di Barack Obama nei confronti dell’aggressività cinese nel mar Cinese orientale, in Corea del nord e in prospettiva anche in Kazakistan e India – spiegano dal pensatoio nel cui Advisory council siedono tra gli altri Edward Luttwak e Vittorio Emanuele Parsi – Obama non può permettersi l’acuirsi di tensioni militari a nemmeno un mese dalle elezioni, ma può trarre un risultato importante soffocando l’attuale desiderio di Pechino di ‘alzare la voce’ in Asia”.

Gli analisti americani e italiani concordano poi su un altro punto che riguarda più da vicino l’Italia, ovvero sulle difficoltà che l’Europa incontrerebbe nel caso volesse tenere testa in maniera altrettanto decisa alla penetrazione di società straniere che mettano a rischio la sua sicurezza strategica. “Secondo il diritto comunitario – dice Bremmer – le questioni d’intelligence sono ancora una competenza degli stati membri, quindi un processo investigativo come quello svolto dal Congresso americano è improbabile che lo possa condurre l’Ue. Inoltre, viste le difficoltà economiche del continente, soprattutto tra i paesi ‘periferici’, e considerati gli sforzi di paesi come Italia e Regno Unito a rafforzare le loro infrastrutture di telecomunicazioni per tenere il passo con l’Agenda digitale europea, gli stati membri in questo momento sembrano piuttosto ansiosi di attirare investimenti cinesi”. Dall’Istituto Niccolò Machiavelli citano esplicitamente il caso dell’avanzata dei gruppi orientali: “L’errore principale di Bruxelles è quello di aver consentito finora che Ericsson, Alcatel-Lucent e Nokia- Siemens perdessero quote di mercato a causa del dumping operato da alcuni colossi cinesi. Dal 2006 a oggi, grazie ai sussidi di Pechino, questi operatori hanno raggiunto la ‘parità tecnologica’, attaccando i mercati di riferimento degli operatori europei e, grazie alla condivisione delle reti informatiche, è ormai compromessa anche la sicurezza aziendale degli operatori stessi. L’Ue dovrebbe decidere di sviluppare una politica comunitaria di riassetto del comparto tlc per creare un polo europeo in grado di generare rendimenti di scala crescenti tali da opporsi ai prezzi sovvenzionati delle aziende statali di Pechino”. Possibile che Bruxelles riesca in tutto ciò? Anche tra gli analisti del think tank italiano di D’Arrigo predomina lo scetticismo: “L’Europa vive in uno stato di prostrazione economica e politica, non può permettersi di adottare posizioni di contrasto con la Cina che oggi investe enormi quantità di denaro secondo una sua strategia”.

(dal Foglio di oggi)

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