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Cosa succede se l’Italia perde pezzi al Fmi

19 Settembre 2012 alle 17:12

La scorsa settimana Corriere della Sera e Italia Oggi hanno dato per primi la notizia dell’avvicendamento in corso del direttore esecutivo per l’Italia al Fondo monetario internazionale: ad Arrigo Sadun, in carica da sette anni, vicino all’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, succederà infatti Andrea Montanino, direttore generale al dipartimento del Tesoro del ministero dell’Economia. Da novembre i dossier sul tavolo di Montanino non saranno pochi, in una fase nella quale il Fmi diretto da Christine Lagarde ha assunto un ruolo da protagonista nella gestione della crisi, soprattutto in Europa. Montanino inoltre dovrà assicurarsi che Roma mantenga la facoltà di candidare il proprio direttore esecutivo del Fondo che, secondo le regole del Fmi, non rappresenta soltanto il nostro paese ma una “constituency” formata da Albania, Grecia, Malta, Portogallo, San Marino e Timor est.

Secondo indiscrezioni raccolte del Foglio, però, Timor est starebbe seriamente pensando di esprimere con il suo voto segreto la volontà di lasciare la nostra constituency per associarsi a quella guidata dal Brasile. “Per ora non risultano cambiamenti”, dicono fonti ufficiali del Fmi. Il problema, non piccolo, è che altre uscite dalla constituency potrebbero essere fatali per il ruolo dell’Italia, soprattutto in una fase di ribilanciamento dei poteri all’interno del Fmi a favore dei paesi emergenti.

Marco Valerio Lo Prete

Marco Valerio Lo Prete

Al Foglio dal marzo 2009, dove entra appena laureato in Scienze Politiche, il suo cursus honorum è il seguente: stagista, praticante, redattore dell'Economia, coordinatore del desk Economia e poi dal 2015 vicedirettore. Nasce nel 1985 sull'Isola Tiberina. Nella Capitale si muove poco: asilo, scuole elementari e medie, liceo e università, tutto nel giro di pochi chilometri quadrati. In compenso varca spesso (e volentieri) le frontiere del Paese natìo. Prima per studiare un anno nella ridente Rochester (New York, USA), poi – dopo numerose e più brevi escursioni – emigra all'Université Libre di Bruxelles per sei mesi. E a Bruxelles ci ritorna, ancora per sei mesi, per affiancare un formidabile manipolo di Radicali che lavora al Parlamento Europeo. Mentre si trova nel punto del globo più distante da Roma, facendo ricerca sull’immigrazione all’Università di Melbourne, in Australia, riceve una e-mail dal Foglio: non ci crede, pensa sia spam, invece è uno stage. Da qualche tempo si applica allo studio della lingua tedesca.  

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