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Il debito italiano è sostenibile (pure con questo spread)

L’Italia non ha bisogno di stampelle esterne per sostenere il suo debito pubblico, anzi, ha buone possibilità di vedere ridotto nei prossimi anni il rapporto debito/pil se manterrà la strada tracciata dal governo Monti. I rendimenti al 7 per cento non spaventino troppo: infatti avanzo primario e dismissioni (poche ma certe) del patrimonio pubblico dovrebbero essere per Roma condizioni sufficienti dal punto di vista contabile, oltre che leve politiche utili per conquistare in Europa forme di condivisione del debito che siano accettabili anche per Berlino.

15 Agosto 2012 alle 09:25

L’Italia non ha bisogno di stampelle esterne per sostenere il suo debito pubblico, anzi, ha buone possibilità di vedere ridotto nei prossimi anni il rapporto debito/pil se manterrà la strada tracciata dal governo Monti. I rendimenti al 7 per cento non spaventino troppo: infatti avanzo primario e dismissioni (poche ma certe) del patrimonio pubblico dovrebbero essere per Roma condizioni sufficienti dal punto di vista contabile, oltre che leve politiche utili per conquistare in Europa forme di condivisione del debito che siano accettabili anche per Berlino. Ne è convinto William R. Cline, senior fellow del Peterson Institute for International Economics di Washington, già capoeconomista dell’Institute for International Finance. Parlando con il Foglio, Cline illustra le conclusioni della sua ultima ricerca, intitolata: “Sostenibilità del debito pubblico in Italia e Spagna: un approccio probabilistico”.

Tre sono le situazioni previste (buona, base e pessimista), cinque le variabili prese in considerazione (crescita, tassi d’interesse, avanzo primario, ricapitalizzazioni bancarie e privatizzazioni), il tutto passato attraverso alcuni modelli matematici, per un totale di 243 futuri scenari possibili. Scenari che per l’Italia sono più ottimisti delle attese. “Se in una prospettiva futura il rapporto debito/pil mostra di essere in calo, o almeno di non peggiorare – dice Cline – allora un paese è da ritenere solvibile e non necessita di ristrutturazioni di sorta. L’Italia è in questa situazione”. L’economista, che segue con attenzione il dibattito nel nostro paese, trova “positivo” il fatto che proprio in queste settimane siano tornate alla ribalta varie proposte per abbattere lo stock di debito, che intanto a giugno ha raggiunto la cifra record di 1.972,9 miliardi di euro (oltre il 123 per cento del pil).

“Il piano del governo, che ha annunciato dismissioni per 20-25 miliardi l’anno, è sufficiente”, osserva.  Nel nostro paese, però, c’è chi critica l’esecutivo per l’eccessiva attenzione alle dismissioni del patrimonio (come l’economista Francesco Giavazzi, che vuole più enfasi sulla riduzione della spesa), chi invece per la troppa cautela (ieri Paolo Savona e Michele Fratianni sono tornati sul Sole 24 Ore a difendere le ragioni di un parziale “consolidamento del debito”). Cline critica entrambi: “L’avanzo primario, ovvero l’eccedenza delle entrate statali sulle uscite al netto del servizio sul debito, va mantenuto, ma avviare un piano credibile e dettagliato nel tempo di cessioni di asset pubblici manderà un messaggio rassicurante ai mercati, rendendo di conseguenza più facilmente gestibile lo stock del debito”. L’ipotesi di un consolidamento temporaneo, invece? “E’ una sicura ricetta per il disastro. Gli investitori fuggirebbero”, replica. Meno comprensibile, però, è l’elogio di una via flemmatica alla riduzione del debito: “Più si vende, meglio è – precisa Cline – ma è normale che in una fase come questa, di mercati depressi, uno stato si voglia tutelare dai rischi di svendita”. In seconda battuta, l’economista torna al suo approccio probabilistico. I risultati preliminari del suo studio pubblicato per il Peterson Institute for International Economics, tra l’altro, furono fatti circolare a Washington a febbraio, quando il premier italiano Mario Monti si era recato negli Stati Uniti per incontrare il presidente Barack Obama. Allora l’ex preside della Bocconi, che nel board del Peterson Institute è stato per sei anni, fu l’oratore prescelto per l’appuntamento annuale del prestigioso think tank.

Cosa dicono dunque questi numeri? “Per esempio che è solo un cliché giornalistico quello secondo cui ogni volta che i rendimenti sui titoli decennali di un paese superano il 7 per cento, il bailout della comunità internazionale diventa necessario. Ritengo che l’Italia possa sostenere i rendimenti attuali per diversi anni, grazie alla maturità media delle scadenze del debito – che è piuttosto elevata – e grazie all’avanzo primario già conquistato”. Secondo Cline, dunque, “al momento non è necessario alcun sostegno esterno, nemmeno quello messo potenzialmente a disposizione dalla Banca centrale europea di Mario Draghi”. Si prenda lo scenario “base” calcolato dall’economista, che ha una probabilità di realizzarsi del 40 per cento: con un avanzo primario crescente (dall’1 per cento del 2011 al 2,3 per cento del 2012, fino al 5,1 per cento nel 2017 e poi così fino al 2020), con privatizzazioni per 10 miliardi l’anno dal 2013 al 2017, e crescita reale a partire dal 2014 (più 0,5 per cento nel 2014 che poi resta stabile attorno al più 1,2 fino al 2020), il rapporto debito/pil scenderebbe dall’attuale 123 per cento fino ad arrivare a una cifra pari al 105- 109 per cento nel 2020. Con un programma più coraggioso di privatizzazioni (20 miliardi l’anno tra 2013 e 2017, in linea con quanto annunciato dal ministro dell’Economia, Vittorio Grilli) e una crescita reale più sostenuta (più 1,6 per cento dal 2014 al 2020, ovvero lo stesso ritmo del decennio 1990-2000), il debito si potrebbe ridurre addirittura fino al 100 per cento del pil nel 2020 (30 per cento di probabilità).

Troppo ottimismo? Cline in realtà da una parte mette in guardia da una possibile recrudescenza della crisi greca, dall’altra dice di essere stato criticato per eccessivo “conservatorismo” nelle sue stime, soprattutto quelle sui tassi d’interesse che gli investitori esigeranno in futuro dal Tesoro italiano. Lui stesso ammette che se il percorso di risanamento resterà “chiaro e prevedibile per il futuro” – questo lo ripete diverse volte – i rendimenti potrebbero calare di più, riducendo il peso del servizio sul debito. Non solo. L’economista osserva che oramai le principali organizzazioni internazionali riconoscono che rendimenti e spread in Europa dipendono da un fattore di rischio comune e indipendente dalla condotta più o meno virtuosa dei singoli stati, e per questo altre risposte comuni dell’Eurozona sono auspicabili: “Gli Eurobond restano improponibili per l’opinione pubblica tedesca che non vuole sobbarcarsi il debito e i rischi di altri paesi. Allora si inizi creando un ‘fondo di assicurazione’ associato a questi bond da emettere in comune. Funzionerebbe essenzialmente così: se il tasso sugli Eurobond sarà pari – mettiamo – al 3 per cento, all’Italia si potrebbe chiedere di pagare comunque un po’ di più rispetto a quanto pagato dalla Germania, magari fino al 5,5 per cento. La quota in eccesso rispetto agli interessi di mercato finirebbe in un fondo d’assicurazione, per garantire Berlino e tutti gli altri da eventuali rischi”. La proposta è innovativa, fors’anche realistica, eppure sul tema Angela Merkel ci ha abituato a dei sonori “nein”: “A questo punto l’Italia potrebbe usare in chiave politica un argomento che altrimenti rimarrebbe relegato all’accademia, ovvero il fatto che Berlino si finanzia oggi a costi risibili”. Un riequilibrio è dunque necessario, e Roma toglierebbe ogni alibi ai tedeschi con scelte domestiche oculate. Risanare senza isterismi e trattare con fermezza per un’unione più federale, insomma, ecco come si esce “all’americana" dalla crisi del debito.

Leggi qui lo studio integrale di William R. Cline

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