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Il partito dei capitalisti quasi c'è. In Cina

5 Agosto 2012 alle 11:31

Possono essere definiti la carica dei 24. Sono gli imprenditori privati eletti come delegati al 18esimo Congresso nazionale del Partito comunista cinese che il prossimo autunno sancirà il cambio al vertice della Repubblica popolare e incoronerà, salvo imprevisti, Xi Jinping. “Sebbene nelle rispettive comunità il loro prestigio sia abbastanza alto, a livello nazionale devono ancora farsi conoscere”, ha scritto il Nanfang Zhoumo, settimanale tra i più indipendenti del panorama cinese, che nell’ultimo numero ha presentato ai lettori la nuova schiera di imprenditori prestati al Pcc. Non tutti vantano la notorietà di Liang Wengen, cinquantaseienne presidente del gruppo Sany, da anni nella lista degli uomini più ricchi del paese stilata da Forbes e dalla società cinese Hurun (con un patrimonio stimato intorno ai 10 miliardi di dollari) e soprattutto tra i candidati indicati per un futuro posto all’interno del Comitato centrale del Pcc. Un traguardo che se andasse in porto farebbe di lui il primo magnate dell’industria privata a entrare nel gotha della politica cinese. In questa prospettiva nei mesi scorsi Liang si era guadagnato i titoli dei giornali occidentali come il miliardario rosso che scalava posizioni nel più grande partito comunista al mondo. Ad avvalorare l’ipotesi che il suo ingresso nel Comitato centrale si possa realizzare, ha contribuito ieri un articolo in prima pagina sul Quotidiano del popolo, organo ufficiale del Pcc, che vantava la carica innovativa della società da lui fondata nel 1989 per la produzione di escavatori e macchinari da costruzione.

Niente che vada comunque in contrasto con l’essenza stessa del Pcc, ma che anzi sarebbe la realizzazione del cosiddetto pensiero delle “tre rappresentatività” elaborato agli inizi degli anni Duemila dall’allora presidente Jiang Zemin che di fatto diede il via libera all’ingresso degli imprenditori nel processo decisionale spiegando che il Partito non era più soltanto il rappresentante delle masse lavoratrici, ma anche di quelli che erano considerati i settori più avanzati della società: manager, scienziati, intellettuali. Si è passati così dalla sparuta squadra di sette imprenditori-delegati al 16esimo congresso nel 2002 – quello che sancì la nomina di Hu Jintao e Wen Jiabao al vertice della Rpc – ai 17 di cinque anni fa. Fino ad arrivare agli attuali 24 su un totale di 2.270 delegati, 50 in più del passato Congresso. La possibilità di diventare delegato è una su mille, spiegava a maggio un imprenditore privato che era riuscito nell’impresa due anni fa e raccontava i particolari all’Economic Observer. L’uomo d’affari, che il giornale chiama Zhan Chun, sottolineava come la corsa al Congresso lo avesse messo in ansia più della quotazione in Borsa della propria società e ammetteva che, nonostante le esitazioni iniziali, a convincerlo fu anche la certezza che essere un delegato avrebbe aiutato i suoi affari. Un concetto ripreso da una militante della Lega giovanile del Partito che citata da Bloomberg diceva: “Vent’anni fa la gente si univa al partito perché lo voleva fare. Oggi noi lo facciamo perché ci serve”.

Certo c’è anche chi vede il proprio ruolo come un modo per migliorare la comprensione che a Pechino si ha della periferia. Non a caso i 24 imprenditori sono tutti senza eccezioni, delegati delle province. “Difficile crederlo”, scrive il Nanfang Zhoumo, ma nessuno viene da Pechino, da Shanghai o dal ricco Guangdong, polmone della crescita cinese. Le province più rappresentate dai privati sono il Jiangsu e lo Shandong, due delle aree più ricche e dinamiche, entrambe con tre delegati a testa. Gli imprenditori sono inoltre per oltre la metà espressione di quelle organizzazioni di base e sociali da cui hanno sollecitato dai palazzi di Zhongnanhai, il Cremlino cinese, deve arrivare non meno del 32 per cento dei delegati. Fermo restando il principio che la maggioranza sarà comunque composta da alti funzionari, quadri locali. Cariche in alcuni casi ricoperte proprio dagli imprenditori. (l'articolo è stato pubblicato sul Foglio di sabato)

di Andrea Pira

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