cerca

Il Pd di Fassina dall'America lo vedono così

30 Luglio 2012 alle 16:04

Di seguito ampi stralci della lettera aperta inviata dai due prof. amerikani Sandro Brusco e Michele Boldrin sul sito di NoiseFromAmerika:

Caro Compagno Che Resta nel Pd,

(...) Andiamo avanti perché, a nostro avviso, non è solo questione di tempi. La verità è che a noi il PD pare ormai chiaramente irriformabile, non importa in quale arco temporale, per due ragioni di estrema importanza. La prima è la cultura del gruppo dirigente. La seconda sono gli interessi materiali di una vasta parte del partito e dei gruppi sociali che a esso fanno riferimento.
Cominciamo con la cultura del gruppo dirigente. E cominciamo volando alto, quindi ignorando la deriva neostatalista dei vari Fassina e Orfini (i capoccia veri tendono a star zitti e mandare avanti gli altri) o il coinvolgimento della dirigenza PD nel sistema di casta che tanto male ha fatto al paese; ci torniamo dopo ma per il momento guardiamo proprio a quel filone che nel centrosinistra si è sempre perlomeno posto il problema della crescita e non ha avuto problemi ad accettare l'importanza dell'iniziativa privata. Fatevi la seguente domanda: avete mai osservato nel partito una qualche elaborazione che andasse al di là dei temi classici della cosidetta destra amendoliana del PCI o della sinistra democristiana circa anni 60-70? I temi classici di quei filoni culturali erano il ''compromesso tra capitale e lavoro'', e più specificamente tra grande industria e organizzazioni sindacali sotto la benedizione dello stato, l'espansione della spesa pubblica per la fornitura di beni e servizi ''essenziali'', la presenza massiccia a scopi regolatori e di pianificazione dello stato nell'industria. Il compromesso tra capitale e lavoro veniva visto come un patto tra rappresentanti politico-sindacali dei rispettivi fattori di produzione per spartire gli extra profitti delle industrie oligopoliste dominate dalle grandi imprese. La comprensione del ruolo che il mercato ha nella promozione dell'innovazione e del progresso economico - ossia: nello smantellamento delle posizioni oligopoliste: tu come noi sai perfettamente che ciò che rende "buoni" i mercati concorrenziali è proprio la dissipazione delle rendite oligopolistiche! - fu invece molto limitata se non nulla. L'espansione dei programmi di spesa venne fatta senza alcuna riflessione sui problemi di incentivo nella gestione della forza lavoro. Il problema di promuovere l'efficienza nella fornitura pubblica di sanità ed educazione venne in buona misura ignorato, o per scarsa comprensione o per ossequio alle forze sindacali alleate. Infine pochissima riflessione venne dedicata al rischio di uso opportunistico da parte dei politici delle imprese pubbliche o semipubbliche. L'idea che la mobilità sociale sia frutto di mercati concorrenziali è da sempre completamente assente da quell'apparato teorico: non a caso molti di voi si scontrano quotidianamente con un muro tutte le volte che sostengono l'opportunità di rendere il mercato del lavoro meno rigido per permettere ai capaci di andare avanti e progredire economicamente facendo così progredire il paese con loro. Questo, ovviamente, è solo un esempio. Pensa alla concezione che Mussi (l'ultimo "vostro" ministro) aveva dell'università e della scuola. La cultura economica di costoro, alla fine, è ancora quella del "piano del capitale" e del "contropiano operaio", solo che la declinano amendolianamente nella forma dell'accordo politico fra le due parti, l'una contro l'altra armate ...

Questo approccio rimase ben presente durante la seconda metà degli anni '90, un periodo che è stato probabilmente il punto massimo di espressione del riformismo di sinistra in Italia, quando i governi procedettero a massicce privatizzazioni, introdussero con la legge Treu importanti modificazioni nel mercato del lavoro e portarono il paese all'entrata nella moneta unica. Anche in quel punto alto del riformismo di sinistra italiano c'erano dei chiari problemi su cui si sarebbe dovuto riflettere, se non allora almeno successivamente. Le privatizzazioni vennero fatte, è inutile nasconderlo, sotto la spinta dell'urgenza di far cassa per fronteggiare una situazione assai critica del debito pubblico. Vennero infatti subite perché, mentre la motivazione era far cassa, l'impulso intellettuale veniva dall'esterno dei partiti che sono poi confluiti nel PD: era il prodotto di alcuni "tecnici" prestati alla politica, il cui nome non crediamo serva fare. Il futuro PD subì le privatizzazioni, non le gestì né le fece proprie. Non ci fu, infatti, alcuna spinta convinta alla liberalizzazione di quelle industrie perché non c'era la capacità di intendere a cosa serviva privatizzare e in che senso liberalizzare, ossia rendere concorrenziali i mercati, possa servire per generare crescita economica e mobilità sociale (il fatto che la destra lo capisse anche meno non è una scusante). Al contrario, praticamente sempre, l'apparato dello Stato - quello concreto, compagno/amico, quello fatto di alti funzionari, direttori generali, boiardi delle imprese pubbliche, magistrati prestati all'amministrazione, eccetera: quelli che guadagnano tutt'ora cifre non viste in ogni altro paese occidentale - lottò per mantenere la sua influenza nelle imprese che stava vendendo, cercando di mantenerne il controllo mediante partecipazioni azionarie e golden shares. Pensa, tanto per dire, alle fondazioni bancarie ...
La legge Treu (e quelle successive) ha accentuato il dualismo nel mercato del lavoro scaricando praticamente per intero il costo dell'aumentata flessibilità sui giovani (che sono ormai sempre meno giovani). Gli obiettivi di finanza pubblica che hanno permesso l'entrata nell'euro vennero raggiunti principalmente grazie ad aumenti di tasse. Tutto questo non successe per caso. Al contrario, tutti i difetti dell'azione riformatrice di quel periodo sono chiaramente imputabili alle radici culturali, amendolismo e sinistra democristiana, di quella classe dirigente. Oltre, ovviamente, a corposi interessi materiali. Non siamo nati ieri: i "capitani coraggiosi", caro compagno/amico, sono un'invenzione della sinistra "riformista" di quegli anni. È questo il mercato che vai cercando?

Cosa è stato fatto negli ultimi 15 anni, nel centrosinistra o anche altrove, per superare quei limiti culturali? Niente. Al contrario, sono stati fatti cospicui passi indietro, che tra poco discuteremo. Quale speranza esiste che nei prossimi mesi la deriva manifestata dal centrosinistra negli ultimi 15 anni possa essere rovesciata? Nessuna. Questi 15 anni dovevano e potevano essere usati per riflettere sul ruolo dell'economia di mercato per promuovere l'innovazione, per ridisegnare gli incentivi nel settore sanitario e nell'educazione, per ripensare l'opportunità della attuale, soffocante, tassazione di lavoro e impresa. Per riflettere, insomma, sullo stato vero, quello materiale fatto di ministeri e regioni, non quello astratto e sapiente dell'antico leninismo. Nulla di ciò è avvenuto. È avvenuto qualcos'altro.

È avvenuto il Prodi bis, un governo che ha aumentato le tasse sui precari per finanziare un abbassamento dell'età pensionabile riservato ai fortunati appartenenti alla generazione giusta e ai settori giusti. È avvenuta la virulenta ripresa di una forte ala neostatalista (o forse sarebbe meglio dire veterostatalista, visto che di nuovo non c'è proprio nulla) nel partito, che ha scelto di usare la crisi finanziaria e politica per tornare a vecchie certezze sul ruolo dello stato in economia, sulle modalità di regolamentazione del mercato del lavoro e su tante altre cose. Di fronte a questa offensiva, la cultura dell'amendolismo è risultata chiaramente perdente. Le voci che si sono levate nel partito per difendere non tanto una qualche astratta nozione di liberalismo ma molto semplicemente un approccio pragmatico e non ideologico alla politica economica sono state pochissime e assolutamente minoritarie.

L'esperienza del governo Monti purtroppo sembra essere un deja vu degli anni '90. La sinistra italiana, nel momento in cui è costretta a dover ammettere che l'attuale sistema economico è semplicemente non sostenibile, reagisce restando riluttante e sempre sulla difensiva. Anzichè cogliere l'occasione per fare proposte audaci e pensare profonde riforme nel welfare, nel mercato del lavoro, nella liberalizzazione dei mercati e tante altre cose di cui il paese ha disperatamente bisogno, la sinistra sceglie la strada della difesa dell'esistente, concendendo di malavoglia e con estrema titubanza soltanto il minimo necessario ad evitare il collasso del paese. Anche nell'ala più ''montiana'' del partito l'obiettivo dell'equilibrio di bilancio è essenzialmente un obiettivo di aumento delle tasse, non di riduzione della spesa. Questo, caro Compagno Che Resta nel PD, è il partito in cui hai scelto di continuare a militare e che, ci dici, speri prima o poi di cambiare. (...)

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi