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Cosa c'è davvero dietro l'assalto a Fornero sugli esodati

Dietro la questione “esodati” non c’è una vicenda contabile, ma l’assalto a una riforma strutturale

di Edoardo Narduzzi
Twitter @EdoNarduzzi

23 Giugno 2012 alle 13:22

Quando tra pochi mesi la stagione del governo tecnico si sarà conclusa, è assai  probabile che la sola riforma delle pensioni  resterà a qualificarne l’azione ai fini storici.  Una riforma che si intreccia con il nome  e la personalità della ministra che l’ha  realizzata, Elsa Fornero. Ma, soprattutto,  una riforma che ha innescato un muscolare  confronto tra le parti sociali e l’esecutivo  sul fronte dei cosiddetti esodati, categoria  inizialmente relativamente precisa ma  diventata poi onnivora di posizioni previdenziali  spurie.  L’Italia doveva fare la riforma pensionistica  estendendo il metodo della capitalizzazione  della riforma Dini a tutta la platea  degli aventi diritto e allungando in avanti  l’età pensionabile. Era scritto nei numeri  della finanza pubblica da almeno un decennio,  prima ancora che nell’andamento dello  spread e nella lettera della Banca centrale  europea recapitata a Roma la scorsa  estate. Per questa ragione sorprese lo scorso  dicembre non ce ne sono state, tranne  quella della situazione congiunturale nella  quale la riforma pensionistica è stata varata:  i sindacati sono stati costretti a prenderla  senza poter negoziare quasi nulla data la  insostenibile situazione del debito pubblico. Un golpe rispetto alla tradizione concertativa  italiana? Sicuramente una decisione originale per la storia del nostro paese, una  decisione con la quale il policy maker – nel  volto della ministra Fornero – si è assunto  tutte le responsabilità dell’eccezionalità  storica procedendo quasi unilateralmente  per mettere in sicurezza il risparmio, la  competitività, le generazioni future. Un gesto  da veri statisti, capaci di guardare all’interesse  generale come bene primario. 

Ogni riforma strutturale lascia le sue cicatrici e nel caso di quella delle pensioni il  campo di battaglia ha assunto la fisionomia  dei cosiddetti esodati. Quando una riforma  è annunciata da tempo in un’economia dal  mercato del lavoro duale, poco flessibile  per la componente più anziana del suo segmento,  imprese e lavoratori tendono a massimizzare  la propria utilità se possibile. A  sterilizzare il più possibile, anticipandoli,  gli effetti della riforma, così le imprese possono  scaricare parte dei costi fissi sulla fiscalità  generale e i lavoratori acquisire una  pensione anticipata con il metodo a ripartizione. Aggiungici che la congiuntura recessiva  ha costretto molte imprese a politiche  di contenimento dei costi per salvare  almeno una parte della base produttiva e si  capisce molto bene quanto è accaduto nel  corso del 2011 nel mercato del lavoro italiano: gli accordi consensuali tra le imprese e  i lavoratori prossimi alla pensione si sono  moltiplicati. Migliaia di decisioni microeconomiche sono, con il varo della riforma, diventate  un problema macro di finanza pubblica  perché gli stessi lavoratori, incentivati  economicamente a lasciare l’azienda,  non avevano più il diritto alla pensione  spostato in avanti nell’età dalla riforma  Fornero. Lo zoccolo duro degli esodati è  qui, tra coloro che, avendo definito un accordo  consensuale di uscita dal lavoro prima  della riforma delle pensioni, sono colpiti  dall’allungamento dell’età pensionabile  non avendo più i requisiti di legge per  poterla richiedere. Si tratta di un’anomalia  tutta italiana: due parti private, l’impresa  e il lavoratore, si accordano al meglio per  il rispettivo interesse e massimizzano la  propria utilità, scaricando sulla fiscalità  generale gli effetti non previsti del loro accordo. Il decreto Salva Italia quantificava  in 65 mila il numero dei pensionandi nel  limbo, cioè senza più un lavoro, che avrebbero  acquisito entro il 31 dicembre 2011 i  vecchi requisiti pensionistici. Come dire  tutti coloro che avevano anticipato ragionevolmente  l’uscita dal lavoro. Costo per i contribuenti: cinque miliardi.

Ma ai sindacati, non contenti della riforma pensionistica, questo intervento, già  molto eccezionale, non bastava e non basta.  Volevano e vogliono estendere il più possibile  la coperta per attenuare l’effetto della  riforma pensionistica: più alto è il numero  degli esodati, minore la platea dei lavoratori  colpiti dalla riforma. Per questa ragione  è iniziato un terzomondista balletto delle  cifre, sganciato dalla realtà di partenza, che ha finito per ampliare la platea dei soggetti  interessati allargandola fino a 390 mila  200 casi e includendovi anche tutti coloro che lavorano in imprese con in corso procedure  di mobilità o analoghe. Se l’impresa  chiude alla fine della cassa integrazione  o della mobilità non ci sarà un esodato in  più, ma un disoccupato in più da gestire con  gli strumenti tipici del caso. Il confronto tra la Fornero e i sindacati,  però, va ben oltre la contabilità degli esodati  perché serve a stabilire cosa in questa  nuova stagione globale la fiscalità generale  può pagare e cosa invece deve essere finanziato  dai singoli con il proprio lavoro. E’ un passaggio chiave del contratto sociale  italiano che nel Novecento è stato poco pretenzioso  con i doveri degli individui e poco attento ai diritti intergenerazionali. 

di Edoardo Narduzzi
Twitter @EdoNarduzzi

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