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Solo la finanza può curare la finanza

22 Maggio 2012 alle 08:39

La crisi del debito sovrano in Europa? Certo, è seria, anzi drammatica nei paesi del sud, ma c’è una minaccia ancora peggiore. Paul Donovan, economista dell’ufficio studi di Ubs, una delle più grandi banche mondiali, parla di “collasso della globalizzazione”. La quota del prodotto lordo mondiale basata sugli scambi di merci s’è ridotta dal 24 al 21 per cento in tre anni, invertendo una tendenza sempre in ascesa dal 1982. La vera preoccupazione non viene tanto dall’ondata di protezionismo che pure colpisce molti paesi (si pensi all’ebbrezza nazionalizzatrice di Cristina Kirchner in Argentina). No, l’allarme arriva dalla finanza o, meglio, dall’inaridirsi della finanza.

Gli investimenti diretti sono diminuiti in modo drastico. Ora anche la Cina si preoccupa perché non entrano capitali esteri come accadeva fino a due anni fa. Figuriamoci altri paesi in via di sviluppo. Il flusso di moneta intermediato, ma anche generato dal sistema finanziario con un effetto leva che ha raggiunto proporzioni parossistiche, ha consentito alle merci di essere scambiate a distanze immense per arrivare nel negozietto sotto casa. Ciò ha favorito la più colossale redistribuzione di reddito e ricchezza nella storia dell’umanità e uno dei più lunghi cicli di sviluppo e progresso, come certifica cifre alla mano Angus Maddison. Ebbene, oggi “la globalizzazione del capitale è rallentata e con essa rallenta tutta l’economia”, scrive Donovan.
Ma come, la turbo-finanza non era il più orrendo di tutti i mostri che turbano la nostra esistenza? Il bene non sta nell’economia reale e il male nell’economia monetaria? Adesso si scopre che c’è poca finanza e proprio per questo soffrono la produzione, l’occupazione, i salari, i redditi, in interi continenti a cominciare dall’Europa che vive trasformando materie prime in merci.

Fa senso tutto ciò mentre finisce alla gogna Jamie Dimon, il boss di JP Morgan, la banca che ha inventato i moderni derivati e ha bruciato due miliardi di dollari sperando di coprirsi con le proprie creature? Ebbene sì, fa senso. Lo dovrebbero sapere in particolare tutti coloro i quali evocano John Maynard Keynes a sproposito. Giusto o sbagliato che sia, il pensiero dell’economista inglese non consiste in un ricettario per la spesa pubblica, ma nel mettere insieme il diavolo e l’acqua santa. “Un sistema economico capitalistico – un’economia monetaria di produzione, nel linguaggio di Keynes – è impensabile senza moneta, senza banche e senza finanza, dunque nella struttura del sistema gli elementi reali e gli elementi monetari sono strettamente interconnessi”. Chi lo spiega non è un banchiere vampiro pronto a succhiare denaro dalle sue vittime ignare. Bensì Giorgio Lunghini, economista emerito, bocconiano, accademico dei Lincei, keynesian-marxista della scuola di Cambridge, in una intervista al manifesto (il quale, però, preferisce cavalcare Occupy Wall Street). Lunghini, essendo di sinistra, non vuole certo lasciare che gli spiriti animali descritti dal suo maestro, si scatenino liberi da lacci e lacciuoli. Al contrario, chiede regole, controlli, un intervento pubblico per garantire piena occupazione ed equità sociale. Ma non ci sta alla rappresentazione caricaturale che viene fatta della finanza e dello stesso keynesismo. Naturalmente, sottolinea, “esiste una gerarchia tra finanza e produzione”, tra capitale preso in prestito, mezzi propri, salari, profitti.

Ma non c’è prodotto senza moneta nel mondo moderno, cioè da qualche centinaio di anni in occidente. Per ripristinare quelle relazioni funzionali, per trovare il punto di equilibrio virtuoso, cioè ottimale, bisogna mettere mano a complesse riforme. Anche del modo di fare banca, come suggerito ad esempio da Paul Volcker, l’ex governatore della Federal Reserve nell’era reaganiana, un conservatore più progressista di tanti liberal. E’ impossibile, tuttavia, superare questa crisi che la “mala finanza” ha moltiplicato oltre ogni ragionevole dubbio, con meno finanza. Al contrario, il fabbisogno di capitali nel mondo che esce dalla povertà è enorme. Semmai, ci vorrebbe una finanza nuova in mano a finanzieri migliori.

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