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Non solo Monti e Hollande: l'alleato anti-Merkel di Obama

L'avvitamento della crisi

20 Maggio 2012 alle 10:05

La novità, però, è soprattutto nei mutati equilibri interni al G8: il fronte sviluppista si è molto rafforzato in queste settimane rispetto a quello dell’austerity animato principalmente da Berlino. Il premier italiano, Mario Monti, arrivato a Washington, ha detto di “rappresentare un’Italia con le carte in regola e che quindi ha le sue posizioni da esprimere con forza nel quadro europeo”. Se fino a qualche giorno fa il premier ripeteva di non poter “sbattere i pugni sul tavolo” a Bruxelles, ha cambiato toni: “L’Italia chiede che ci sia a livello mondiale ed europeo una crescita più vigorosa”. Gli ha fatto eco il presidente francese François Hollande: “Voglio che si affermi una forte alleanza con gli Stati Uniti”, ha detto. E ancora: “La crescita deve essere una priorità”.

Ma secondo ambienti del Fmi,
è un altro l’alleato principale di Obama nel tentativo di temperare gli eccessi rigoristi di Berlino: si tratta del nuovo avvitamento delle economie dell’Eurozona. Ieri le Borse hanno chiuso la settimana esattamente come l’avevano aperta lunedì: al ribasso. Anche per il rischio percepito sui titoli del debito pubblico nulla è cambiato rispetto a cinque giorni fa: lo spread tra Bonos spagnoli e Bund tedeschi ha di nuovo sfondato i 500 punti, quello tra Btp e Bund ha chiuso a 436 punti, con una flessione di soli quattro punti rispetto a giovedì. A questi ritmi diventerà insostenibile rifinanziare il debito nel medio-lungo termine. Lo spettro della fuoriuscita greca dall’euro – con annesso potenziale effetto contagio sulle banche e sui debiti pubblici dei paesi vicini – continuerà a incombere fino al 17 giugno, data delle nuove elezioni greche e magari del possibile referendum sull’euro suggerito da Angela Merkel e poi smentito? Probabile, specie se da Bruxelles si soffia sul fuoco con dichiarazioni un po’ avventate: il commissario Ue al Commercio, Karel De Gucht, in un’intervista, ha dichiarato infatti che Commissione e Bce stanno lavorando a un piano sull’uscita di Atene dall’euro. Le smentite che sono seguite in giornata – mai dal diretto interessato, De Gucht – non hanno tranquillizzato nessuno. Mentre le agenzie di stampa di tutto il continente cercavano di risolvere il “giallo” in questione, il governo tedesco ci ha messo del suo, facendo sapere di “essere pronto a ogni evenienza”. D’altronde è innegabile che Merkel, che giovedì si è fatta strappare una dichiarazione congiunta con Italia, Francia e Regno Unito secondo la quale “rigore fiscale e crescita non sono in contrasto”, in queste ore sia politicamente più isolata del solito. L’Amministrazione statunitense, di fronte all’improvviso (ma non inatteso) aggravarsi della crisi greca, e contemplando i dati di una crescita che resta anemica o negativa in tutta Europa, ha dunque una freccia in più nel suo arco: quello della crescita non è più un mantra ideologico appannaggio degli anglosassoni, piuttosto è diventato evidente che il risanamento dei conti non può realizzarsi se il bilancio in pareggio è perseguito strangolando la ripresa. Bruxelles sembra aver già accettato questa tesi, e infatti non ha battuto ciglio di recente dopo che Spagna e Italia hanno lievemente rivisto la velocità di rientro dai loro deficit.

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