cerca

Le lezioni americane (di Hamilton) per l'Ue/2

Sostiene Alessandro Corneli che l'unione (dei debiti) fa la forza

17 Maggio 2012 alle 19:44

Paradossalmente, come notava allora George Washington, il conseguimento dell’indipendenza rischiò di far dissolvere la Confederazione che aveva, tra l’altro, accumulato un grosso debito. Era reale l’eventualità che prevalessero i “nazionalismi” delle singole ex colonie. A questo si opposero coloro che devono essere considerati i veri “padri degli Stati Uniti”: Washington stesso, Franklin, Thomas Jefferson, Alexander Hamilton, James Madison. Nacque così nel settembre 1786 la Convenzione di Annapolis con il compito di studiare le falle del sistema e proporre le soluzioni. Il suo lavoro fu proseguito e completato dalla Convenzione di Filadelfia, che il 17 settembre 1787 approvò la Costituzione, che segnò il passaggio dall’idea confederale a quella federale, in buona parte ispirata dalla “Dissertazione” pubblicata nel 1783 dall’economista finanziario e politico Pelatiah Webster.

La svolta federalista (e pragmatica)
Benché il governo federale non possedesse che i poteri attribuitigli dalla Costituzione, nasceva comunque un potere esecutivo sufficientemente forte seppure limitato dal principio della separazione dei poteri. Sul piano economico-finanziario, la Federazione ebbe il potere di imporre le tasse a tutti i cittadini e di dotarsi di un apparato di funzionari propri per assicurarne l’esazione. Il rovesciamento – tecnicamente: l’illegalità – rispetto allo Statuto della Confederazione fu evidente, ma attuato grazie allo spirito pragmatico (trovare di volta in volta la soluzione di specifici problemi) dei rappresentanti e leader di una popolazione che era allora di circa quattro milioni di abitanti. Uno spirito che ha caratterizzato il sistema americano al punto che la Costituzione, con i suoi emendamenti (cioè gli adattamenti pragmatici) funziona per oltre trecento milioni di americani.
Appena istituito, il nuovo Congresso istituì tre dipartimenti: Affari esteri, Finanze (Treasury) e Guerra con i relativi segretari dipendenti dal presidente. L’istituzione del Tesoro, affidato ad Alexander Hamilton, suscitò un forte dibattito anche perché doveva gestire il problema più acuto del momento: il debito pubblico e il connesso programma finanziario. Hamilton ottenne che l’Unione, conformemente all’art. V della Costituzione, assumesse i debiti della Confederazione, impegnandosi a rimborsarli alla pari. La vivacità della discussione dipese anche dal fatto che la maggior parte dei debiti pubblici erano finiti nelle mani di speculatori che li avevano accumulati al 10-15 per cento del loro valore nominale. Il progetto di Hamilton fu accusato di servire gli interessi degli speculatori e delle città a spese dei coltivatori, che avevano ricevuto i titoli al valore nominale, li avevano ceduti a un decimo del valore e ora avrebbero dovuto ripagarne il valore nominale attraverso le imposte. A parte eventuali preferenze “sociali” di Hamilton, la ragione fondamentale del suo progetto era che l’assunzione da parte dell’Unione del debito pubblico avrebbe rafforzato in modo decisivo il sentimento unitario (nazionale) attraverso l’interesse dei creditori al buon governo della nazione e alla sua solvibilità, evitando spinte centrifughe e destabilizzanti. Così anche i debiti contratti dai singoli stati durante la Guerra d’indipendenza vennero assunti dallo stato federale alla pari: fu un modo per tenere insieme le ex colonie ed evitare che discrepanze di ricchezza le ponessero l’una contro l’altra. Sempre battendosi con decisione per rafforzare i poteri federali, Hamilton ottenne anche la legge che consentiva l’istituzione di una banca nazionale, convinto che la nazione dovesse essere anche una grande potenza finanziaria.
Nella difesa dei suoi progetti, e in applicazione dello spirito pragmatico, Hamilton elaborò il principio, che a noi di tradizione machiavelliana non suona nuovo, e cioè che contano i fini rispetto ai quali gli strumenti non sono che mezzi: “Se un fine – affermò – è chiaramente compreso in uno dei poteri previsti, e se un provvedimento, avente un rapporto evidente con questo fine, non è espressamente vietato da una speciale disposizione della Costituzione, allora questo provvedimento può sicuramente essere considerato come di competenza del governo nazionale”. Così, ad esempio, il Congresso votò le misure protezionistiche, chieste da Hamilton, per favorire l’industria americana benché non avesse questo potere. Pragmatismo.

Altro che Atene, esiste più l’idea di Europa?
Quale lezione può trarre oggi l’Europa dall’esperienza degli Stati Uniti? Questa: i membri dell’Unione europea, e in particolare dell’Eurozona, si trovano press’a poco nelle stesse condizioni delle Tredici colonie che, raggiunta l’indipendenza, con interessi singoli anche divergenti, dovettero scegliere tra il giocare ciascuna le proprie carte oppure fare un salto in avanti verso la federazione. Prevalse questa seconda opzione, non ideologica ma ideale, e il fattore catalizzante fu materiale, finanziario: l’assunzione del debito pubblico della Confederazione e dei debiti pubblici dei singoli stati da parte dello stato federale fu in sostanza l’accettazione di uno stesso futuro, perché il debito è fatto di futuro, e il futuro vive di ideali. Allora la domanda è semplice: non se la Grecia potrà ripagare il suo debito, ma se l’Europa ha (ancora) se stessa per ideale.

di Alessandro Corneli

Leggi qui tutto l'articolo di Corneli apparso oggi sul Foglio di carta:
L'unione dei debiti fa la forza. Così Hamilton convinse le Tredici colonie a diventare Stati Uniti

Leggi anche:
Le lezione americane (di Hamilton) per l'Ue/1 di Marco Valerio Lo Prete

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi