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Le lezioni americane (di Hamilton) per l'Ue

“Per come la vedo io, questo è un momento da Alexander Hamilton – ha detto a inizio anno Paul Volcker, già presidente della Federal Reserve americana, parlando della situazione europea – Il problema è che non c’è nessun Alexander Hamilton all’orizzonte”.

16 Maggio 2012 alle 13:11

“Per come la vedo io, questo è un momento da Alexander Hamilton – ha detto a inizio anno Paul Volcker, già presidente della Federal Reserve americana, parlando della situazione europea – Il problema è che non c’è nessun Alexander Hamilton all’orizzonte”. Detto altrimenti: o l’Unione europea oggi mette in comune i suoi debiti e attraverso gli Eurobond compie un passo deciso verso un’unione politica che possa legittimamente temperare rigore o lassismo fiscale, oppure si lascia decimare da Lady Spread. Se la situazione resta com’è, infatti, la speculazione testerà la resistenza dei singoli stati membri dell’euro, prendendoli uno a uno: oggi è la volta della Grecia, mai come in questo momento vicina all’abbandono della moneta unica, domani tocca al Portogallo e all’Irlanda, poi alla Spagna. A meno che, appunto, non valgano a qualcosa gli insegnamenti di Hamilton, così come li ha sintetizzati Tom Sargent, premio Nobel per l’Economia del 2011: “Quando furono creati gli Stati Uniti, alla fine del Settecento, le condizioni dell’America di allora erano simili a quelle dell’Europa di oggi”, ha osservato in un’intervista alla Stampa. Dopo la Guerra d’indipendenza americana dal Regno Unito, durata dal 1775 al 1783, in nord America le “colonie” divennero “stati” ma non ancora veramente “uniti”. Erano tredici, tutti con il potere di battere moneta, contrarre debito e decidere le loro politiche fiscali, a fronte di un governo federale debole come stabilito nella prima Costituzione, gli Articles of Confederation. E tutti e tredici indebitati a causa dello sforzo bellico. Poi però “i padri fondatori, che in larga parte erano creditori dei vari stati, scrissero la Costituzione proprio allo scopo di correggere questo vizio di fondo – ricorda il Nobel per l’Economia – Il governo centrale si fece carico dell’intero debito dei tredici stati, che in cambio persero l’autonomia economica assoluta che avevano avuto fino a quel momento. Washington ed Hamilton alzarono le tasse per saldare i debiti, e cominciarono a emettere bond federali. Per salvarsi, l’Europa dovrebbe imparare la loro lezione”.

La nascita degli US Bond – e soprattutto della Costituzione del 1789 – non fu un pranzo di gala, e questo va ricordato sia agli entusiasti degli Eurobond e dell’unione politica sia agli scettici che giudicano politicamente impraticabile una maggiore integrazione dell’Ue. Secondo Ron Chernow, biografo di Hamilton, in quell’occasione si arrivò al limite del rottura della Confederazione americana. Il primo segretario al Tesoro degli Stati Uniti, infatti, dovette affrontare innanzitutto avversari ideali, quelli che come Thomas Jefferson difendevano l’autonomia dei singoli stati membri in nome di un potere che fosse quanto più vicino possibile ai governati. Non solo: ad opporsi all’emissione di titoli di debito comune furono gli stati più virtuosi, Virginia e North Carolina, che non ritenevano giusto doversi sobbarcare il debito dei meno disciplinati Massachusets e South Carolina, vicini al default come la Grecia di oggi. Hamilton avanzò comunque: fece alcune concessioni – prima un default parziale per alleggerire il fardello debitorio di tutti, poi lo spostamento della capitale da New York a Washington, più vicino agli stati “rigoristi” di allora – ma soprattutto, sostengono i due economisti C. Randall Henning e Martin Kessler in un rapporto del Bruegel Institute di Bruxelles, presentò il suo piano per una “more perfect union” come “un grande progetto politico”.

Soltanto a fronte di un debito nazionale gli investitori avrebbero avuto interesse (economico) a non far crollare tutto, e soltanto un governo federale così legittimato e con in mano le leve della politica fiscale avrebbe potuto evitare secessioni in una fase storica popolata da grandi potenze bellicose. Superato quello spartiacque politico, i singoli stati decisero ciascuno per sé di introdurre il pareggio di bilancio tra le proprie leggi. L’Europa a trazione tedesca – complici anche gli allegri governi greci e non solo – sta provando il percorso esattamente opposto: prima la moneta unica e poi (forse) una Banca centrale che ne sia garante, prima i vincoli di bilancio e poi (forse) un debito e dei rischi in comune, prima le ossessioni contabili e poi la politica. Per fortuna ci sono gli economisti a rispolverare il nome del primo segretario al Tesoro Usa.

Leggi qui l'articolo integrale apparso oggi sul Foglio

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