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Ecco chi davvero perde in questo mercato del lavoro

Dai numeri sul mercato del lavoro italiano si capisce chi non ha avuto praticamente voce in capitolo nella stesura del ddl lavoro

8 Aprile 2012 alle 19:49

In questi giorni, un po' a sorpresa visti i precedenti, sono gli industriali organizzati a fare la voce grossa sulla riforma del mercato del lavoro. Ma attenzione: a essere penalizzata da una riforma che probabilmente non rende il mercato del lavoro fluido e meritocratico quanto si sarebbe sperato non è Confindustria. L'outsider italiano, mediamente giovane, se la passerà peggio, anzi da qualche tempo già se la passa peggio. E il fatto che il sindacato ora "difende la linea del governo" (titolo del Corriere della Sera di oggi), se ripensiamo ai toni da battaglia campale utilizzati dalla Cgil sull'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, non fa che rendere più evidente che a perdere è solo chi non è mai stato seduto al tavolo della "concertazione" né considerato in quella che il premier Mario Monti ha chiamato "consultazione".

Qualche numero, preso da Istat, Banca d'Italia e Inps, evitando stime meno istituzionali ma anche meno rassicuranti.

"SI RIDISCUTA LA FLESSIBILITA' IN ENTRATA!", SENZA ENTRATA PERO'. In termini percentuali il tasso di disoccupazione giovanile nella fascia dei 15-24enni attivi, secondo l'Istat, è salito a febbraio al 31,9 per cento (più 0,9 punti rispetto a gennaio e più 4,1 punti su base annua). Per le giovani donne del mezzogiorno si sfiora il 50 per cento. In termini assoluti, nel 2011 i giovani occupati tra i 15 e i 34 anni sono diminuiti di oltre un milione di unità rispetto al 2008 (dati Istat), essendo passati da 7,1 milioni di quattro anni fa a 6 milioni e 56 mila l'anno scorso, con un calo del 14,8 per cento. Se poi si guarda alla fascia d'età tra i 15 e i 24 anni, il calo è stato del 20,5 per cento (meno 300 mila occupati). Questo mentre aumentano gli occupati tra i 45 e i 64 anni (buona notizia) e calano di poco - diciamo - quelli tra i 35 e i 44 anni (meno 185 mila unità).

"IL WELFARE ITALIANO HA RETTO ALLA CRISI", MA ANCHE A SPESE DELLE FAMIGLIE. Secondo Banca d'Italia, nella tarda primavera del 2009, ovvero "nel momento di massimo impatto della crisi sul mercato del lavoro italiano, circa 480 mila famiglie abbiano sostenuto almeno un figlio convivente che aveva perso il lavoro nei dodici mesi precedenti. Le risorse impiegate in questa forma di sostegno familiare sono venute non solo dai redditi da lavoro dei genitori, ma spesso anche da quelli da pensione".

"L'ARTICOLO 18 NON SI TOCCA!" (MA POI, CHI LO CONOSCE?)
Nel primo semestre 2011 sono stati attivati oltre 5,325 milioni di rapporti di lavoro dipendente o parasubordinato: il 67,7 per cento delle assunzioni è stato formalizzato con contratti a tempo determinato, l'8,6 per cento con contratti di collaborazione, il 19 per cento con contratti a tempo indeterminato. E' quanto emerge dal Rapporto sulla coesione sociale realizzato da Inps, Istat e ministero del Lavoro.

Per ricapitolare: se la flessibilità in entrata diminuisce un po', il welfare si universalizza soltanto un po' ma non al punto di eliminare le varie Cig e Cigs, e l'articolo 18 viene scalfito ma non superato, siamo sicuri che siano sindacati o confindustriali a dover strepitare? Dai pochi numeri ricapitolati, si capisce chi il governo (né questo, né nessun altro prima) non ha ritenuto utile consultare. Il problema è che gli outsider e i giovani, "senza voce" per definizione nel dibattito mainstream, resteranno tali anche mentre il ddl lavoro attraverserà le Aule parlamentari. 

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