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Le lezioni greche per Monti (e l'Italia)

"L'Italia non è la Grecia" è inutile ripeterlo, anche perché si rischia di sbagliare. Parla l'economista Paul Frijters (Australian National University)

19 Febbraio 2012 alle 19:04

Dire che "l'Italia non è la Grecia", così-semplice-semplice, specie se fatto da pulpiti istituzionali, è sconveniente e piuttosto antieuropeo (almeno secondo il sottoscritto). Ma ormai il tabù è rotto e nessuno se ne duole. Il punto è che "l'Italia non è la Grecia" potrebbe essere persino una proposizione falsa, almeno a detta di Paul Frijters, economista olandese, ora alla Australian National University (e nel 2009 nominato miglior giovane economista del paese australe). Sul Foglio di carta ha accennato perché, qui riportiamo il ragionamento senza timore di sforare il limite di battute possibili.

Innanzitutto partiamo dall'analisi di Frijters su quanto avvenuto in Grecia. Non basta guardare all'andamento di spread, Cds, etc. etc. In quella che l'economista definisce "spirale mortale del default", Atene ci è finita per colpa di una triplice paralisi: "paralisi politica, paralisi della Pubblica amministrazione, e paralisi della popolazione". E' grazie a questa triplice paralisi che interessi particolari e molto organizzati hanno bloccato ogni processo riformatore (italiani, prendete nota!). La paralisi politica: governo e parlamentari greci realizzarono circa due anni fa che lo status internazionale del loro paese stava per crollare. Il ragionamento tipo ("dobbiamo fermare tutto questo") non ha fatto però i conti con "l'insegnamento di Machiavelli" (copyright Frijters) in base al quale certe riforme che colpiscono interessi organizzati bisogna farle quanto più rapidamente e quanto prima, pena concedere tempo alle varie lobby di organizzare barricate insormontabili. La paralisi della Pubblica amministrazione si spiega essenzialmente con l'incapacità della macchina burocratica greca di applicare riforme già decise, come già certificato dall'Ocse; una situazione perfino aggravata dai licenziamenti in corso (che avrebbero risparmiato finora i lavoratori con stipendi minori, meno motivati e meno capaci). L'opinione pubblica non ha che rafforzato certe corporazione: i lavoratori sono diventati più militanti ed estremisti nei loro sindacati; le grandi società hanno aumentato la loro attività di lobbying per non essere loro le prime a essere toccate dalle riforme, e idem per gli ordini professionali. Risultato: le riforme non hanno mancato di colpire quelli che già erano più deboli. Per i politici greci non restava che giocare al gioco del "è colpa degli stranieri", sostiene Freijters, cosa che sta riuscendo abbastanza bene (almeno all'interno dei confini del Paese).  

Perfino l'Europa finisce spesso (inconsapevolmente?) per dare una mano alle corporazioni che si sono giovate della paralisi greca. Sul sito CoreEconomics, Frejters ricorda l'episodio di "un particolare gruppo di rent-seekers" che "hanno cospirato per deviare un corso d'acqua dalla Grecia occidentale alla Tessaglia con l'aiuto di grosse infrastrutture. La deviazione del corso d'acqua attraverso imponenti dighe e bacini di riserva è avvenuta contro la volontà dei residenti locali, contro i progetti dell'Ue e contro le sentenze della più alta corte greca. Come ci si è riusciti dunque? Questi rent-seekers hanno nominalmente e fittiziamente 'spezzettato' il megra progetto in tanti piccoli progetti e sono andati avanti così. Con quali soldi? Con i fondi europei che sussidiano il cotone! Infatti le colture di cotone richiedono molta acqua, e proprio con questa scusa è stato deviato un corso d'acqua. Chi ha fatto tutto ciò? Società di costruzioni, grandi agricoltori della Tessaglia e politici greci, tutti allegramente a infrangere la stessa legge greca". 

Qui entra in gioco l'Italia. Per Freijters quanto sta avvenendo in queste ore ad Atene non "sarà molto importante per l'Italia da un punto di vista del contagio economico, a meno che un collasso della Grecia non rafforzi la volontà di fare le riforme". Quello che conta è piuttosto la lezione greca, anche per Mario Monti: "Non penso che la riforma delle pensioni sia una riforma che porterà vantaggi nel breve termine - dice Freijters - perché servono anni a questo tipo di riforme per avere effetto. Non penso però nemmeno che Monti sia stato furbo e abbia spacciato piccole riforme per grandi cambiamenti. Penso fondamentalmente che Monti sia stato troppo lento, e per questo vedo due possibili spegazioni: o ha un'agenda segreta, in base alla quale conta di esercitare la sua influenza politica in Italia più a lungo di quanto non si creda, e quindi non vuole inimicarsi troppe persone, o sta compiendo degli errori. Sembra non aver capito che le grandi riforme vanno fatte tutte e subito. Monti avrebbe dovuto concentrare tutte le decisioni più spinose in decreti da approvare nelle primissime settimane, poi impegnarsi a far trasformare il tutto in legge dal Parlamento e sovrintendere all'implementazione delle stesse riforme. Ci sarebbero magari voluti mesi per implementare tutto, ma qualche settimana fa il Parlamento italiano non avrebbe avuto altra scelta che approvare le riforme".

Certo, da un punto di vista economico l'Italia non è arrivata ancora a confrontare le difficoltà che oggi confronta Atene: "L'Italia ha molte più opzioni a disposizione ed è in guai minori - osserva Freijters - L'Italia poi può forse costringere la Bce a stampare moneta a sufficienza per uscire da questa fase senza riforme reali. Questo perché il paese è molto più grande e ha un deficit molto minore di Atene. Anche il sentimento di paralisi, in Italia, è decisamente inferiore. Questo è positivo da una parte, nel senso che esiste ancora la possibilità di riformare, ma vuol dire anche la società italiana resisterà ancora di più al cambiamento".

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