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Euro (e Draghi) sotto ricatto

Perché aggirare il Quantitative easing potrebbe non bastare. Parla Wyplosz.

16 Febbraio 2012 alle 09:06

La Bce, pragmaticamente, sta aggirando il divieto di Quantitative easing imposto in primo luogo da Berlino. Tutto bene, quindi? Per Charles Wyplosz, professore di Economia internazionale al Graduate institute di Ginevra, tra i fondatori di Voxeu.com, non è detto. Ecco perché:

Cosa non vada però nella “scommessa” da un trilione di euro della Bce è presto detto. Wyplosz è d’accordo con quanti hanno letto nelle nuove “politiche non convenzionali” di Mario Draghi “un modo pragmatico” per aggirare l’opposizione tedesca a una classica forma di Quantitative easing, cioè l’allentamento monetario che negli Stati Uniti come nel Regno Unito comporta anche l’acquisto di asset pubblici e al quale Berlino si oppone “per i presunti rischi di iperinflazione”. Ma “nulla è gratis”, osserva l’economista francese, e quindi in Europa potremmo pagare il fatto di non aver lasciato che la Bce acquistasse direttamente i titoli del debito pubblico sul mercato secondario, proprio come hanno fatto Fed e Bank of England: “Da noi sono le banche commerciali che prendono a prestito da Francoforte e acquistano titoli del debito sovrano, facendo abbassare lo spread. Ma il plausibile default di alcuni paesi trasformerebbe questi stessi bond in asset tossici. Più gli istituti di credito ne accumulano, più la situazione diventa rischiosa. Ecco perché quella della Bce è una mossa intelligente, ma pur sempre una scommessa” spiega Wyplosz. “Le crisi del debito sovrano sono un classico esempio di ‘equilibri multipli’ e, se i mercati dovessero realizzare che alcune politiche decisive non si sono materializzate, un cattivo equilibrio potrebbe prevalere, i default avverrebbero a catena, con costi enormi per i contribuenti”. Perciò resta fondamentale la differenza con “Fed e Banca centrale inglese che hanno acquistato direttamente titoli del debito pubblico sul mercato secondario. In questo modo si sono assunte su di loro il rischio eventuale di un default, di fatto annullandolo, invece di scaricarlo sui bilanci delle banche commerciali come sta avvenendo in Europa”.

Sul perché nell’Unione europea non sia andata come negli Stati Uniti o nel Regno Unito Wyplosz è fondamentalmente d’accordo con il premio Nobel per l’Economia, Paul Krugman, e accusa Berlino di “moralismo”: “L’opinione pubblica tedesca crede fortemente in un assunto: quando hai fatto degli errori, poi devi soffrire per espiarli. Può essere un principio moralmente condivisibile, però applicarlo alla macroeconomia è profondamente errato”. Ma non è proprio una regola di mercato quella di premiare idee e progetti meritevoli e allo stesso tempo prevedere il “fallimento” di chi sbaglia, così da garantire quel processo di distruzione creatrice che crea in definitiva ricchezza e benessere? “Il principio è valido e giusto per gli attori e i soggetti privati – conclude Wyplosz – ma gli stati sovrani non possono fallire o essere distrutti”.

Leggi qui tutta l'intervista apparsa sul Foglio di oggi.

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