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Napster non ha fatto male alla musica, anzi

File sharing, copyright e creatività (tutt'altro che) calante

25 Gennaio 2012 alle 15:16

Oggi sul Foglio di carta abbiamo pubblicato ampi stralci di un libro in uscita, "Abolire la proprietà intellettuale" (Garzanti), scritto da Michele Boldrin e David K. Levine, economisti della Washington university in St. Louis. Al di là del titolo di copertina del saggio – che ovviamente è lì anche per colpire possibili lettori – mi pare che la riflessione di Boldrin e Levine sollevi soprattutto un punto: quella che chiamiamo "proprietà intellettuale" è, più propriamente, un vero e proprio "monopolio intellettuale".

Usiamo l’espressione "monopolio intellettuale" per enfatizzare che ciò che è discutibile in esso non è il diritto di proprietà sull’idea originale ma il monopolio su tutte le copie della stessa. Questo monopolio, di fatto, uccide l’altro diritto legittimo, quello di comprare, vendere e liberamente utilizzare le copie di un’idea.

Monopolio è una brutta parola, ma "la posizione teorica dell’economista tipico è che il monopolio intellettuale sia un male inevitabile se vogliamo godere di un costante flusso di innovazioni". Nessun incentivo a fare buona e nuova musica senza copyright e brevetti. La risposta dei due autori è netta:

E' o non è un dato di fatto che il monopolio intellettuale stimoli maggiore creatività e innovazione? Il nostro studio dei dati non ha rivelato evidenza alcuna che il monopolio intellettuale raggiuga il proposito desiderato. Poiché esso non porta benefici, non c’è ragione che la società ne sopporti i costi: la proprietà intellettuale è un male inutile.

Evidentemente il tema interessa parecchio gli economisti, ed è bene che sia così. La novità, come emerge da uno studio appena pubblicato da Joel Waldfogel ("Copyright protection, technological change and the quality of new products: evidence from recorded music since Napster", National Bureau of Economic Research), della University of Minnesota, è che non si tratta solo di una questione di costi e benefici (per case discografiche, per esempio, e appassionati di musica), ma anche di qualità del prodotto. La conclusione di Joel Waldfogel, infatti, è questa: "La qualità della nuova musica composta dopo l'arrivo di Napster non è diminuita". Insomma, è verosimile che le case discografiche abbiano visto calare i loro margini di profitto dopo la nascita del noto programma di file sharing (operativo dal 1999 al 2001) e dei suoi simili, a causa dell'indebolimento delle tutele garantire dal copyright.

Ma chi l'ha detto che noi consumatori ci abbiamo rimesso? Waldfogel si è andato a spulciare decine di classifiche stilate dalle principali riviste anglosassoni del settore (da Rolling Stone a Pitchfork Media), poi ha passato al setaccio numeri e tendenze (statistiche) del trattamento delle canzoni nelle principali stazioni radio, ne ha tratto alcuni indici e è arrivato a una conclusione niente male: la qualità della musica che ascoltiamo dal 1990 a oggi non ha risentito minimamente dell'indebolimento del copyright.

Per dirla in un grafico, che indica l'andamento dell'"indice di qualità" di Waldfogel:



E se proprio volete saperla tutta, le nuove tecnologie (anche quelle di condivisione dei file) hanno decisamente abbassato i costi che bisogna sostenere per portare nuova musica nel mercato, favorendo non poco le etichette indipendenti, come dimostra quest'altro grafico:

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