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A chi il debito pubblico, a chi quello privato

E’ l’indebitamento, oggi, uno dei principali nemici delle economie occidentali. Ma mentre l’Europa da mesi cerca a fatica di alleggerire il suo fardello di debito pubblico a colpi di tagli alla spesa statale e aumenti delle tasse, negli Stati Uniti sta avvenendo un processo meno noto ma altrettanto radicale: la riduzione del debito privato

di Alberto Brambilla e Marco Valerio Lo Prete

26 Dicembre 2011 alle 12:40

E’ l’indebitamento, oggi, uno dei principali nemici delle economie occidentali. Ma mentre l’Europa da mesi cerca a fatica di alleggerire il suo fardello di debito pubblico a colpi di tagli alla spesa statale e aumenti delle tasse, negli Stati Uniti sta avvenendo un processo meno noto ma altrettanto radicale: la riduzione del debito privato. Quest’ultimo, come ha dimostrato tra l’altro la bolla dei mutui subprime – quelli concessi a soggetti più a rischio – è fenomeno diffuso soprattutto nei paesi anglosassoni, tanto che nel 2008, in base al computo aggregato di debito pubblico e privato, perfino l’Italia era più virtuosa di Stati Uniti e Regno Unito. Ora però, secondo gli ultimi dati della Fed rielaborati da Fabrizio Galimberti sull’inserto Plus del Sole 24 Ore, il debito privato americano è sceso di 50 punti in percentuale sul pil (dal 303,1 per cento del 2009). Nel dettaglio il debito delle società finanziarie è sceso del 31,9 per cento in rapporto al pil, mentre quello delle famiglie – sotto forma di mutui, carte di credito e prestiti al consumo – dell’11,7 per cento.

Il debito pubblico si sgonfia innanzitutto con la cosiddetta “austerity”, come ben sanno gli europei, ma come funziona invece il “deleveraging” nel settore privato? In primo luogo attraverso un considerevole trasferimento di debiti allo stato. Il caso di scuola è quello dei salvataggi di aziende e banche private a spese del contribuente. Non a caso il debito pubblico di Washington, dall’inizio della crisi, è aumentato di 16 punti percentuali rispetto al pil (arrivando all’86,5 per cento del pil).

Inoltre, mentre nel Vecchio continente si prova con tutti i mezzi a impedire i temuti fallimenti degli stati sovrani, negli Stati Uniti in questi mesi sono avvenute decine di migliaia di piccoli “default” personali. La disponibilità di denaro in effetti è aumentata per via dei fallimenti, soprattutto nel mercato immobiliare, che contano per circa due terzi della riduzione complessiva del debito delle famiglie registrata negli ultimi due anni. Significa meno interessi mensili da pagare e di conseguenza un portafoglio più gonfio, anche se di poco: 3 per cento di disponibilità in più sul reddito. Ma solo lo 0,2 per cento degli interpellati in un sondaggio Reuters/Michigan University si aspetta che i salari aumenteranno nel corso del prossimo anno (i minimi di fiducia dal 1978), e solo l’8 per cento pensa che i guadagni riusciranno a battere l’inflazione. Prospettive cupe che si affiancano alla difficoltà di ottenere credito da parte delle banche che hanno a che fare con debitori ritenuti sempre meno affidabili. Anche il governatore della Fed, Ben Bernanke, che ora dovrebbe tirare un sospiro di sollievo nel vedere che le vendite di un settore chiave come quello automobilistico sono tornate a crescere con la stessa rapidità di due anni fa e le banche a prestare denaro ad aziende e attività commerciali come prima del fallimento Lehman Brothers, in luglio aveva sentenziato che “circa un terzo delle persone che fino a pochi anni fa aveva le credenziali per ricevere un mutuo a massima garanzia ora non sarebbe in grado di ottenerlo”. Tant’è che le richieste di mutui sono diminuite del 2,6 per cento nell’ultima settimana, secondo i dati della Mortgage bankers association (Mba) diffusi mercoledì.

Infine, nell’economia americana post-sbornia debitoria, diminuisce in generale il credito al consumo, cioè l’acquisto di beni e servizi attraverso carte di credito, leasing, etc. Per alcuni non è casuale quindi l’andamento della ripresa, giudicata troppo lenta per gli standard americani (a novembre le spese per i consumi personali sono cresciute dello 0,1 per cento, ovvero sotto le attese). Per altri analisti, come Mohamad El-Erian del fondo Pimco, la riduzione dell'indebitamento potrebbe anticipare invece un ritorno al consumo.

di Alberto Brambilla e Marco Valerio Lo Prete

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