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Perché la City preme per non farsi imbrigliare da Berlino

Londra non ci sta al Patto a trazione tedesca. Anche perché il suo settore dei servizi finanziari già soffre della concorrenza asiatica, figurarsi se servono altre regole e ostacoli made in Deutschland

10 Dicembre 2011 alle 21:00

Che il premier inglese voglia stare fuori dal Patto a trazione tedesca con cui si tenta di imbrigliare le finanze pubbliche europee è comprensibile. Specie perché Londra ha gli interessi della City a cui badare, interessi che sembre più subiscono la concorrenza delle Piazze finanziarie asiatiche, come spiegava questo articolo pubblicato sul Foglio lo scorso 30 settembre.

La Gran Bretagna si scontra con l’Unione europea e si oppone alla tassa sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta Tobin tax. Il presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso, due giorni fa ha ufficializzato a nome di Bruxelles l’idea di una misura, foriera di introiti per 55 miliardi di euro l’anno, utili ad affrontare la crisi del debito. Ieri è arrivato l’appoggio del ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble: “E’ un passo avanti”. Ma la City, dalla quale arriverebbe l’80 per cento dell’incasso, è in rivolta e il prelievo teorico tra lo 0,05 e l’1 per cento sulle operazioni di breve termine potrebbe essere applicato solo alle piazze dell’Eurozona, con un effetto molto ridotto. Non è chiaro se e come la proposta troverà consenso globale, ma il quotidiano Financial Times in un editoriale di ieri la definiva “populista e non produttiva” perché non servirà a prevenire la prossima crisi quando invece “l’Europa dovrebbe concentrarsi su misure in grado di farlo”. Per i lobbisti della Confederation of British Industry, che conta 200 mila aziende inglesi per la maggior parte quotate, è uno “strumento rozzo” che rischia di spostare gli scambi a New York e Hong Kong.

Il timore che la City possa perdere lo scettro a favore dei rampanti concorrenti asiatici non è infondato: le piazze europee sono sempre più deboli agli occhi degli investitori. Il quadro emerge dall’ultimo Global Financial Centres Index stilato dal think tank londinese Z/Yen che, sulla base di indicatori economici e sondaggi degli operatori, mette in classifica i 75 centri nevralgici della finanza mondiale. Londra conserva la prima posizione davanti alla piazza newyorchese, ma seguono a breve distanza con punteggi in crescita Hong Kong (più 11 punti), Singapore (più 13) e Shanghai (più 30). Un’ascesa che va di pari passo col declino dei listini europei: Milano ha perso nove posizioni arrivando al 50esimo scalino; Madrid al 48esimo; Dublino, un tempo nella top ten, si ritrova al 33esimo arretrando di dieci posizioni rispetto a un anno fa. Parigi è scesa al 24esimo, Francoforte al 16esimo. Ma non è solo questione di numeri. Sui listini si riflette lo scenario economico e politico.

“Le Borse si stanno comportando come i paesi – commenta con il Foglio Stefano Caselli, professore di Banche e Finanza all’Università Bocconi di Milano – E’ inevitabile che la piattaforma statunitense manterrà la sua attrattività, Londra può ancora farlo. Ma sicuramente l’Asia risulta vincente ed è una tendenza irreversibile. Poi, come dovrebbe avvenire per gli stati a livello politico, anche i listini europei dovranno unirsi. E ce la faranno solo tramite fusioni”. Giunge alla stessa conclusione una ricerca della Hertie School of Governance condotta da Henrik Enderlein, docente e già economista presso la Banca centrale europea. Secondo Enderlein, l’annunciata fusione tra la tedesca Deutsche Börse e la piattaforma americana Nyse Euronext consentirebbe all’Europa di rafforzare la propria architettura finanziaria e guadagnare terreno sui concorrenti: una fusione transatlantica creerebbe un mercato globalizzato in cui diversi listini europei potranno consolidarsi riducendo la frammentazione odierna. Il solo modo per “rimanere importanti” è che “i mercati finanziari europei vedano loro stessi come una sola entità. Se tutto rimane com’è – nota Enderlein – personalmente dubito che resteranno competitivi”. L’asse si sta inclinando verso oriente perché è lì che i ritorni stimati sull’azionario saranno sempre più consistenti. Gli analisti della banca elvetica Julius Baer, i cui clienti investono il 62 per cento del portafoglio asiatico in azioni, si sono spinti in questo esercizio nel rapporto “Wealth Report: Asia”. Dal 2010 al 2015 i ritorni medi attesi sul capitale investito in Borsa viaggiano attorno al 10 per cento: Indonesia (14,9), India (13,6), Cina (11,2), Hong Kong (11), Singapore (9,3), Corea del sud (8,1).

Il movimento, però, non è solo quello invisibile del denaro. Nel mese di agosto la britannica Hsbc, una delle banche più capitalizzate, aveva avanzato l’ipotesi di un trasferimento del centro operativo dalla City a Hong Kong, città dov’è stata fondata nel 1885. Spinta dal malcontento degli investitori, in cerca di regolamentazioni meno severe e remunerazioni più cospicue, la banca ha lasciato il trasloco nel campo delle “probabilità”, per ora. “Finché gli headquarter delle banche sono lì, Londra manterrà il primato. Se le banche d’investimento si spostassero nei centri asiatici – conclude Caselli – comincerei a preoccuparmi”.

* La City. Per l'immagine ringraziamenti a Artandescape.com

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