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Pamela, l'equivalente dei moderni reality show

Il romanzo epistolare di Samuel Richardson è la vita in diretta del 1740

12 Febbraio 2020 alle 06:00

Pamela, l'equivalente dei moderni reality show

Sulle biografie sta scritto “si legge come un romanzo”. Le autobiografie sempre lo sottintendono: a logica, i fatti degli altri interessano solo se sono meno noiosi dei nostri (gli auto-scrittori già ci considerano nemici del popolo scrivente, ma provate a auto-leggervi, ogni tanto, prima di consegnare il manoscritto). Sui romanzi sta scritto: “da una storia vera”. Dando per scontata ora la superiorità delle vite vissute, ora la superiorità delle trame inventate.

 

Il problema è annoso, anzi secolare. “Robinson Crusoe” non aveva in copertina il nome di Daniel Defoe, per meglio sedurre il lettore. Un naufrago racconta la sua disgrazia e le peripezie, io faccio un passo indietro (quelli che per mestiere “sogni e favole io fingo”, come scriveva Metastasio, non hanno mai goduto di buona fama). “Pamela” di Samuel Richardson è un romanzo epistolare, l’equivalente dei reality-show: la vita in diretta, signore e signori… Non perdete tempo con personaggi fittizi, qui abbiamo gente vera, che soffre e che piange.

 

La vita in diretta del 1740, una ventina d’anni dopo Robinson. Non nell’isola deserta fino all’arrivo di Venerdì, a costruirsi con le proprie mani non una ma ben due case, coltivando il necessario per mangiare. La vita in una casa signorile, raccontata dalla sedicenne Pamela: dopo la morte della buona padrona viene affidata – come da ultime volontà espresse sul letto di morte – al di lei figliolo.

 

E il figliolo che fa? La insidia e cerca di portarsela a letto (o in soffitta, o dietro una porta), come era uso. Lei resiste, resiste, resiste. Tiene ben stretta la sua virtù, che alla fine sarà ricompensata. Lo dice il sottotitolo, allora degli spoiler se ne fregavano. E anzi, in apertura di oggi capitolo – qui di ogni lettera – elencavano quel che sarebbe capitato. A leggerli uno dopo l’altro (“Il padrone si nasconde nello stanzino, mentre ella si spoglia per coricarsi. Trovandosi scoperto, esce di corsa. Terrore di lei. Perde i sensi”.) formano un magnifico riassunto, per chi non se la sente di affrontare le 600 pagine. Ma è come leggere “Moby Dick” di Herman Melville saltando le pagine sulle balene. Il meglio va perduto.

 

Samuel Richardson faceva il tipografo, scriveva prefazioni ai libri che stampava, ed era conosciuto per “The Apprentice’s Vade Mecum”. Il suo manuale dell’apprendista ebbe un notevole successo, così gli affidarono l’incarico di scrivere una raccolta di lettere-modello, per chi con la scrittura non se la cavava benissimo (girando per bancarelle, anni fa se ne trovava ancora qualche esemplare in giro, perlopiù suggerimenti di corrispondenza sentimentale a uso di giovanotti timidi e scarsi nella grammatica). Una delle lettere che potevano tornare utili, con tutte le maiuscole del caso, era così intestata: “Un Padre a una Figlia a Servizio, avendo appreso che il di lei Padrone attenta alla sua Virtù”.

 

È il granello di sabbia da cui nasce “Pamela”, che subito diventa un bestseller. Viene tradotto in Europa, rielaborato da Voltaire, e preso a modello da Goldoni per la sua “Pamela nubile”. Con una variazione: la serva alla fine si rivela di nobili natali, per non urtare la sensibilità degli spettatori con il salto di classe. Le insidie dei padroni non scandalizzavano nessuno: Pamela si sente dire “lascia perdere, usa così” anche dal parroco a cui confida i suoi tormenti.

 

C’è un limite, a quel che una servetta può raccontare ai genitori che trepidano per la sua virtù in bilico (numerosi sono gli appelli “torna a casa finché sei in tempo”). Quando l’accerchiamento si fa più stretto, le lettere lasciano il posto al diario: la ragazza annota puntualmente ogni licenzioso assalto, sempre respinto. Finché il padrone si scoccia, e le propone un regolare matrimonio. Tombola. Si rivelerà il migliore dei mariti, mentre Pamela tiene a ribadire che è rimasta la ragazza semplice di una volta, anche se ora le fanno l’inchino. Potente calamita per una parodia. E infatti arrivò “Shamela”, firmata da Henry Fielding: un’avventuriera che scientemente fa fruttare la sua virtù.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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