Le tigri di Mompracem

La recensione del film di Alberto Rodriguez, con Antonio de la Torre, Barbara Lennie, Joaquin Nunez, Cesar Vicente

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15 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 02:31 PM
Non è un revival salgariano, come potrebbe far pensare la coincidenza con la bellissima e ricca mostra in corso alla Reggia di Monza, “La tigre ruggisce ancora”. O con l’altra mostra, più piccola e didattica, a Chivasso Palazzo Einaudi, intitolata “Una scrivania per correre nel mondo dell’avventura”. Emilio Salgari, grande scrittore di storie esotiche, era tutto meno che avventuroso: l’esotismo lo imparava sui libri. In questo film di Alberto Rodriguez, le tigri di Mompracem sono due ragazzini, così ribattezzati dal padre sommozzatore professionista che ne ha ipotecato il futuro. Si chiamano all’anagrafe Antonio e Estrella, che durante una gara di apnea con il fratello ha subito una lesione all’orecchio interno, ora non può scendere sotto i 17 metri di profondità. Molto per i comuni mortali, poco per il mestiere che sarebbe destinata a fare. Ora sta in barca e assiste il fratello sommozzatore. Il genitore Antonio se la cava meglio sott’acqua che fuori, è divorziato, pieno di debiti e minacciano di levargli la custodia della figlia Estrella. Servirebbe un colpo grosso: nel porto di Huelva, Andalusia, le acque scure nascondono affari non sempre leciti. La fotografia di Alexjandro Martinez contribuisce al fascino del film. L’acqua e la profondità, rese sullo schermo con impressionante realismo, mostrano l’avventura in tutti i suoi spaventi. Effetti visivi premiati ai Goya e al Festival di San Sebastián.