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Noi due sconosciuti
La recensione del film diretto da Janicke Askevold, con Lisa Loven Kongsli, Herbert Nordrum, Rolf Kristian Larsen
di
9 MAY 26
Edith è norvegese, fa la giornalista, non ha un marito e neanche un fidanzato, ha un bel bambino biondo avuto con l’inseminazione artificiale (tutto regolare e legale, in Norvegia si può, a dispetto dalla legge italiana che considera la pratica un “reato universale”). La sua amica ha avuto una bambina allo stesso modo, con lo sperma dello stesso donatore. Il film procede lento, con intensi primi piani e silenzi altrettanto intensi, tra giochi dei bambini al parco – finché l’amica le confessa che ha fatto ricerche sul comune donatore: vive poco lontano. Edith viene a saperlo proprio nel momento in cui si interroga su eventuali malattie genetiche che il donatore potrebbe aver trasmesso al bambino, e intanto cerca di far fronte all’incipiente Alzheimer materno. Subito si mette in viaggio per andarlo a trovare. Non dovrebbe succedere, in clinica sarebbero tenuti al silenzio, e d’altra parte è decisamente sconsigliato da operatori, cliniche e psicologi. Nulla ferma Edith: si inventa un’intervista e contro tutti i pareri contrari si presenta in casa del donatore. Lei naturalmente non dice nulla, nell’intervista si parla di videogiochi. I due pure si piacciono, dopo qualche imbarazzo. E una ragazzina impicciona che vuole a tutti i costi imparare a fare la giornalista. Non è vietato fare film che come questo vogliono fare riflettere. Le riflessioni però dovremmo farle a film finito, non nei tempi rallentati ad arte.