Il tempo è ancora nostro

La recensione del film diretto da Maurizio Matteo Merli, con Ascanio Pacelli e Mirko Frezza

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9 MAY 26
Il regista è figlio d’arte. Il nome del genitore Maurizio Merli è legato al poliziesco made in Italy, da “Roma a mano armata” a “Napoli violenta” a “Il cinico, l’infame e il violento”, che bene inquadra il genere. Maurizio Matteo Merli si dedica al golf, poco frequentato dal cinema, che preferisce i campioni del calcio oppure il baseball, immancabile nei film universitari americani. Il golf porta con sé la macchia dell’esclusività. Dello “sport da ricchi” che Maurizio Matteo Merli cerca di cancellare con il suo film. All’inizio ci sono due ragazzini, uno ricco e uno povero. Uno che gioca le 18 buche e l’altro che ruba le palline, ma da figlio del guardiano del campo non riesce a praticare se non di nascosto. Da grandi, il ricco resta ricco – criptovalute, dicono – e il povero si perde: la droga, poi finisce in una comunità di recupero. Scusate, ma i luoghi comuni non sono ancora finiti. E dunque: il riccone viaggia in elicottero o in auto con l’autista (simpatico, saggio e sveglio quando arriva il momento di scavare nel passato: l’attore è Simone Sabani). Da un giorno all’altro dà le dimissioni, per tornare alle predilette 18 buche. Quelle della giovinezza; ritrova il custode sempre più vecchio, e l’infelice sorte dell’amico d’infanzia. Intanto si allena, sul tappeto di casa (a dare le dimissioni è andato in calzoncini). “Mi stavo vendendo l’anima”, dice al socio. Che pronto ribatte “Te l’abbiamo pagata bene”.