L’isola che non c’è di Woody Allen

E’ la metropoli più filmata del mondo, in tutti i suoi quartieri, lussuosi o diseredati, incantevoli o squallidi. Nessuno tuttavia è riuscito a celebrare New York, luce e luogo dell’anima, come il regista di “Manhattan” 

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4 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 12:10 PM
Immagine di L’isola che non c’è di Woody Allen
Chiunque arriva per la prima volta a New York ha la sensazione di trovarsi in un posto conosciuto, addirittura familiare: non esiste luogo al mondo che comunichi nulla di simile, anche nel caso di città più belle o più vicine al retroterra culturale del viaggiatore. Il motivo è duplice: New York ha nel codice genetico l’accoglienza, come recitano i versi di Emma Lazarus ai piedi della Statua della Libertà, ed è la metropoli più filmata del mondo, in tutti i suoi quartieri, lussuosi o diseredati, incantevoli o squallidi, pieni di energia ed eccitazione o immalinconiti dalla sconfitta esistenziale.
Pensate ad esempio ai titoli di testa di Colazione da Tiffany, con Audrey Hepburn che guarda trasognata, all’alba, la vetrina della gioielleria: cosa fa a quell’ora in abito lungo e acconciatura stile impero? Il fatto che sia incantata di fronte a un negozio di lusso offre un altro elemento che caratterizza l’attrattiva di New York. Nulla di più lontano rispetto alle immagini delle pittoresche e violente bande di teppisti dei Guerrieri della notte o del taxi che attraversa una strada piena di prostitute e spacciatori in Taxi Driver: è avvolta nel fumo, la macchina, e in voce off ascoltiamo lo sproloquio di un uomo pronto a esplodere che sembra, anzi è, all’inferno. Ma a New York perfino questa rabbia porta con sé una sua familiarità, anche per via delle nobili radici culturali: il film è una rivisitazione moderna di "Memorie del sottosuolo" di Fëdor Dostoevskij, come I guerrieri della notte lo è dell’Anabasi di Senofonte.
La ricchezza della metropoli è dovuta alla sua assoluta e sorprendente varietà: John Travolta che cammina nelle strade di Brooklyn al ritmo dei Bee Gees con capelli cotonati e pantaloni a zampa d’elefante appartiene a un altro universo rispetto a Nick e Nora, che comunicano l’impressione di non essere mai usciti dalla Quinta avenue, eppure sia La febbre del sabato sera che L’Uomo ombra sono film inconcepibili fuori New York. Lo stesso si può dire di Ray Liotta in Goodfellas, che salta la fila per entrare in un locale alla moda insieme a Lorraine Bracco: lo ossequiano tutti, e lui, almeno per quella sera, si sente il re della città, sebbene il Copacabana sia un night club periferico e pacchiano. E’ un momento di gloria anche quello di Al Pacino che aizza la folla con il grido “Attica! Attica!” fuori dalla banca di Brooklyn che ha tentato di rapinare, anche se la sua vicenda finirà in tragedia: si tratta soltanto una delle otto milioni di storie che rendono unica New York, come spiega Barry Fitzgerald all’inizio della Città nuda, con un disincanto che non diventa mai cinismo.
Lo sguardo dei cineasti newyorkesi, come Martin Scorsese, Sidney Lumet o Jules Dassin, si compiace dell’essenza aspra e cruda della metropoli, come succede anche nei film di ambientazione afroamericana di Spike Lee, nativo di Atlanta, ma brooklynite d’adozione. Non ha invece nulla di gritty l’approccio del boemo Milos Forman, che ha criticato ripetutamente la società americana, ma in Hair esalta promessa di libertà declamata da Emma Lazarus. O quello romantico e mitizzante di Sergio Leone, che non ha mai pensato di vivere a New York, ma è riuscito a raccontare mirabilmente il Lower East Side ebraico in C’era una volta in America.
E’ uno sguardo esterno anche quello dell’inglese Alfred Hitchcock, che nella Finestra sul cortile ha raffigurato perfettamente le contraddizioni, gli aneliti e le disillusioni degli abitanti del Greenwich Village, ricostruito in un teatro di posa di Hollywood. Il suo è uno sguardo umanista su una metropoli che non ha mai perso l’anima selvaggia e che appare l’unico scenario possibile per King Kong, ucciso sulla cima del grattacielo più alto della foresta di cemento.
Nessuno, tuttavia, è riuscito a celebrare la città come Woody Allen, e per comprenderne il rapporto con New York è necessario ricordare che è nativo di Flushing, un’area popolare di Brooklyn, rispetto al quale Manhattan appare una meta leggendaria e irraggiungibile. A cominciare da Io & Annie, è l’isola mitica in cui approdano solitudini e nevrosi, segnate da retroterra diversi, ma unificate da un’ironica accettazione della difficoltà di vivere. Fragile e insicura, Annie Hall (Diane Keaton) è l’archetipo della radical chic di Manhattan: sarà così per quasi tutti i suoi personaggi, molto spesso “out of towners”. L’isola è quindi un luogo dell’anima, nel quale lo sfondo dei grattacieli, quasi un fondale dipinto, offre una cornice rassicurante sia per l’ebreo Alvy, proveniente da una casetta incastrata all’interno delle montagne russe, che per la wasp Annie, la cui elegante e algida villa di famiglia appare l’ambiente naturale per il fratello aspirante suicida (un indimenticabile Christopher Walken) e per una incomunicabilità che si esprime in laconici e vacui luoghi comuni. In quello che Germaine Greer ha definito “il deserto di New York”, il male di vivere è presente ovunque, e in Interiors il dramma di una famiglia dilaniata dalle rispettive debolezze è ambientata tra grattacieli e ville negli Hamptons. Gli interni del titolo fungono da specchio per l’interiorità di un gruppo di anime allo sbando, e rispetto all’eleganza degli ambienti, nei quali i personaggi soffrono l’impossibilità di essere diversi da se stessi, il più memorabile è quello di una chiesa nella quale Geraldine Page inveisce contro il marito che l’ha abbandonata e rovescia con gesto blasfemo delle candele votive: la città all’esterno è fredda e distante perché i personaggi non riescono a darle vita e calore.
E’ lontana anni luce l’immagine proposta in Manhattan: nel suo film più iconico, il regista segue le vicende di un gruppo di personaggi per raccontare il cuore pulsante della città, i suoi luoghi di inimitabile quotidianità, l’architettura prometeica, il clima estremo, gli incredibili contrasti. Allen chiede al direttore della fotografia Gordon Willis di utilizzare il bianco e nero delle champagne comedies che amava quando era ragazzo a Flushing: la metropoli si fa tutt’uno con l’immagine di quei film, e la vita quotidiana si fonde con quella sognata. Anche l’intervento delle musiche di George Gershwin segue la stessa impostazione, e come in un musical, i brani partono dall’interno del film: quando Isaac Davis (Allen) si innamora di Mary Wilke (Diane Keaton) le note di Someone to watch over me sottolineano come il protagonista abbia percepito – ancora una volta – la fragilità di una donna che al primo approccio appare insopportabile, mentre But not for me accompagna le successive crisi sentimentali.
In tutta questa corrispondenza tra immagine e sentimento, la silhouette dei due sulla panchina con vista sul Queensboro bridge è una inquadratura semplice, perfino ovvia, ma perfetta: quel luogo è parte della metropoli, ma è anche ciò che l’immaginario di ognuno identifica con il romanticismo newyorkese. Il bianco e nero uniforma nelle sfumature del grigio i colori e le mille luci della città, rendendo ogni singola parte omologabile alle altre: le differenze drammatiche tra i quartieri tendono ad attenuarsi e gli abitanti finiscono per risultarne affratellati.
Le case degli interni bianchi, i musei perennemente affollati, gli spettacoli, i concerti, gli innumerevoli eventi estemporanei e lo splendore dei parchi con alberi provenienti da ogni parte del mondo, sono parte di una sinfonia visiva che riassume quel vitalismo già espresso in Io e Annie e risponde al dolore di vivere individuando al proprio interno i pochi, autentici motivi che giustificano l’esistenza. E’ un idillio con la metropoli che non si riproporrà mai più con la stessa intensità, nel quale Allen offre, con l’autorevolezza che hanno soltanto i poeti, un affresco programmaticamente parziale, al punto che la definisce “metafora della decadenza contemporanea” si capisce che prova affetto e orgoglio.
Il bianco e nero di Stardust Memories è molto differente, come del resto la città, vista con la fredda frettolosità di chi viaggia in Rolls Royce. Ispirato a 8 e ½ di Federico Fellini, il film racconta la crisi di un regista di successo sottoposto alle pressioni di una vita sempre più assurda: Manhattan è diventata l’isola che non c’è, il luogo impossibile da godere, per via di uno stress perenne e dell’allontanamento forzato in una malinconica località di vacanza. L’unico momento di sollievo è offerto dal sorriso della donna amata (Charlotte Rampling) con il sottofondo di Louis Armstrong che canta Stardust, ma si tratta di un ricordo che non riesce a riscattare l’infelicità di un autore che continua a individuare nel vivere a New York il minore tra i mali possibili.
E’ con Zelig che questa angoscia esistenziale assume una forza portante: il piccolo ebreo che pur di piacere al vicino ne assume le sembianze, l’uomo che vorrebbe essere tutti viene celebrato insieme al sindaco come “un vero newyorkese” e riceve le chiavi della città. L’omologazione in bianco e nero assume una valenza opposta rispetto a Manhattan, all’interno di un universo dove il male di vivere è insopprimibile e i miti rivelano spesso una mediocrità sconsolante. Non può che essere New York il luogo simbolo di questa vicenda struggente e straordinaria, con tanto di sfilata sulla Quinta avenue nel momento di massimo trionfo del protagonista. Creatura urbana per antonomasia, Leonard Zelig dichiara di odiare la campagna, come la odia Danny Rose, attirato in una grottesca storia di mafia da una donna che lo rovina dopo averlo utilizzato. Trascinato fuori dai pochi isolati del più luminoso microcosmo di Manhattan, “Broadway” Danny Rose si trova a contatto con un universo di gangster e veggenti, e, quel che è peggio, privo di spettacoli e attrattive notturne. Spirito puro all’interno di un mondo ingrato, Danny è un agente che riesce a dare una speranza ad artisti scartati e maltrattati da chiunque. Vive in uno squallido appartamento in affitto ed è regolarmente tradito dai suoi clienti, ma non cambierebbe la propria vita per nulla al mondo: la sua dedizione assoluta, l’ottimismo inguaribile e la capacità di perdonare ne fanno il personaggio alleniano più vicino a una dimensione religiosa, e in una New York ancora una volta in bianco e nero, nella quale hanno fascino anche i chiassosi deli in cui i colleghi ne deridono le gesta, si nasconde, in mezzo a tanta durezza, la capacità di amare.
E’ invece inesistente come il personaggio che esce dallo schermo la Manhattan della Rosa purpurea del Cairo. In totale antitesi rispetto al mesto squallore del New Jersey, è tutta uno splendore di luci e attrattive, ma è della materia di cui sono fatti i sogni, e la sua stessa esistenza non può che durare lo spazio di poche ore. Al termine di una serata vissuta all’interno di una champagne comedy, la protagonista Cecilia (Mia Farrow) viene inevitabilmente riportata nel suo triste mondo quotidiano, che comunica la solitudine dei quadri di Edward Hopper senza lo spiraglio di redenzione dell’attesa: il luogo incantato al di là dell’Hudson risulta anche per lei l’isola che non c’è.
Analogo l’approccio in Radio Days, dove il quartiere natale di Rockaway viene raccontato con gli occhi della nostalgia: anche sotto la pioggia invernale che batte sull’oceano grigio e strade popolari senza alcun fascino, Allen lo celebra “in tutto il suo splendore”. Sui tetti illuminati a festa nel quartiere di Broadway, e nell’incanto iniziatico in un ingresso al Radio City Hall, vive una metropoli trasfigurata e ormai lontana, diversa dal realismo di Hannah e le sue sorelle, dove si svolge il girotondo dei sentimenti di una serie di coppie in crisi. La Manhattan di Soho e Tribeca è inedita per Allen, e tra la casa accogliente in cui abita Hannah (Mia Farrow) e il loft in cui Lee (Barbara Hershey) convive con Frederic (Max von Sydow), esiste la stessa differenza che c’è tra chi cerca un rifugio nella tradizione e chi vede nell’austerità un modo per minimizzare il proprio malessere. La città appare limitata dalle scelte esistenziali dei personaggi: per conquistare il cuore di una delle protagoniste, un avvenente urbanista (Sam Waterson) le svela i gioielli architettonici nascosti negli angoli delle strade più note. Ancora una volta specchio dell’anima dei personaggi, l’isola rivela un cuore da scoprire e non è più circoscritta a midtown: ai mirabili palazzi dei quartieri alti fanno da contraltare i grandi spazi di downtown, mentre prende il sopravvento un’umanità che non ascolta George Gershwin.
E’ a partire da Hannah e le sue sorelle che al posto di Gordon Willis si alternano come direttori della fotografia Carlo Di Palma e Sven Nykvist, collaboratori di Michelangelo Antonioni e Ingmar Bergman: Allen li sceglie non solo per l’eccellenza del rispettivo lavoro, ma anche per realizzare immagini che non comunichino più l’incanto. E’ lo stesso periodo in cui realizza anche film ispirati dal cinema felliniano, nei quali accentua un tono amaro e malinconico: Celebration è una rilettura newyorkese della Dolce Vita e Accordi e disaccordi della Strada.
Molto più personale sul piano dell’immagine è Un’altra donna: la vicenda di una scrittrice ancora una volta in crisi (Gena Rowlands) è narrata attraverso un espediente illuminante: nei solitari pomeriggi in cui tenta di concentrarsi per scrivere, la donna è attratta irresistibilmente dalla voce di una persona che si sottopone a sedute di analisi nell’appartamento accanto al suo. Spaventata dalla vecchiaia incipiente, la scrittrice scopre l’infelicità maggiore di chi la circonda e, sebbene anche la sua esistenza sia stata segnata dal dolore, si rende conto della propria condizione di privilegio. In questo film invernale, popolato da personaggi che sembrano in grado soltanto di farsi del male, le strade sono perennemente deserte e la noia affiora perfino a un mondanissimo concerto. L’ambientazione degli incubi è identica a quella della realtà, e la pioggia, che in Manhattan era evocativa e moltiplicatrice di luci, diventa sporcizia e pianto. E’ un quadro dolente, in cui Allen non riesce a ridere più sugli analisti e le nevrosi: l’isola che non c’è sembra finalmente apparsa e la scoperta è talmente dura che l’unico sentimento possibile è la pietà. Sono in realtà amare anche le risate suscitate da Edipo Relitto, nel quale la nevrosi personale diviene ossessione condivisa dall’intera città. E’ illuminante paragonare questo esilarante episodio con gli altri di New York Stories: Allen racconta di una donna che appare in cielo e continua a perseguitare il figlio adulto davanti all’intera popolazione di una città improvvisamente opaca, mentre Martin Scorsese la mostra quasi sempre di notte, attraverso gli occhi di un narcisista che comincia a flirtare con una ragazza pochi giorni dopo essere stato abbandonato dal suo “grande amore.” Il protagonista è un artista al quale Scorsese attribuisce l’ambigua energia di New York, che risulta molto diversa dalla superficiale presunzione di superiorità del jet set raccontato da Francis Ford Coppola.
Appartiene a questo stesso mondo uno dei protagonisti di Crimini e misfatti, in cui la tragedia si fonde perfettamente con la commedia. Le storie parallele di un oculista di successo che fa uccidere la propria amante quando lei mette a repentaglio la sua rispettabilità, e quella di un regista di nessun successo che si innamora della donna sbagliata, offrono ad Allen lo spunto per una riflessione sulla futilità delle convinzioni umane e la debolezza di ogni etica terrena. Il film, uno dei risultati più alti di tutta la sua cinematografia, si sviluppa in una città ancora una volta congelata nell’inverno dei sentimenti e sfibrata da un attivismo del quale si scorge la vacuità. Manhattan risulta molto più sfondo che altrove, e il tono cupo e ingiallito degli scorci urbani e la stanchezza esistenziale dei personaggi delineano un quadro dal quale Allen sembra incapace di staccarsi. E’ perfino ovvio che i lussuosi interni di Alice non garantiscono la felicità, e la vicenda di una donna che si affida alla magia per guarire dal proprio malessere risulta insieme tenera e allarmante. Soltanto in apparenza la città è tornata quella di un tempo: per riconquistare il sapore di un passato con valori autentici, la protagonista vola su una metropoli dove gli abitanti sembrano prigionieri in gabbie dorate. Alice riesce a trovare un appagamento decidendo di mollare tutto e dedicarsi a opere di bene in India, ma il regista non sembra avere lo stesso coraggio, come in Mariti e mogli, nel quale riverbera la scandalosa rottura con Mia Farrow. I frantumi di un mondo che rifugge ogni autorità morale sono dissezionati con una disperazione inedita, e la soddisfazione del proprio benessere risulta l’unico obiettivo di un ambiente dove la menzogna ha inizio nei confronti di sé stessi. “E’ bellissimo essere single”, afferma una straordinaria Judy Davis in un primo piano che ne evidenzia invece la paura, e queste anime in pena, che non sanno neanche cosa cercare, si trascinano di bugia in bugia in un’opulenza senza gioia. L’unica abitazione che appare ancora piena di vita è quella di un tassista indiano che vive nei sobborghi, e sebbene venga affermato ancora una volta che il protagonista “non potrebbe vivere fuori dall’isola” di Manhattan, i luoghi di culto sono ormai ignorati dai protagonisti.
Nei film successivi non mancano momenti trasognati, come la passeggiata nel parco in Pallottole su Broadway o tra i tulipani di Park Avenue in Everyone says I love you, ma questi deliziosi divertissement sono momenti occasionali legati a una fuga nel passato, o ancora una volta all’interno di una champagne comedy: è ormai evidente la cesura definitiva con la realtà, e ogni volta che lo sguardo diviene realistico, la città appare dura, opaca e poco accogliente, come nei magnifici Harry a pezzi e Blue Jasmine. A differenza di Scorsese, Lumet, Dassin e Lee, Allen non è affascinato dalla dimensione gritty.
E’ il periodo in cui ha cominciato ad ambientare i film in varie città europee, ma con poche eccezioni, come Match Point, rielaborazione londinese dei temi di Crimini e misfatti, nessuna di queste pellicole ha il fascino e la qualità di quelle newyorkesi, e Allen è apparso senza smalto quando è tornato a casa con Wonder Wheel e Un giorno di pioggia a New York, film nei quali la folgorante fotografia di Vittorio Storaro lascia la sensazione che non interpreti le esigenze narrative delle storia, ma copra la stanchezza dell’ispirazione.
E’ meglio sognarla una città diversa, e con essa, una vita diversa, come succedeva nei suoi film più ispirati quali Misterioso omicidio a Manhattan, nel quale si improvvisa detective insieme a Diane Keaton. Realizzato nel momento più drammatico della sua crisi esistenziale, Allen tenta di vivere all’interno di storie immaginarie per non affrontare il senso ultimo dell’esistenza, come Cecilia nella Rosa purpurea del Cairo. Ossessionato da un possibile omicidio compiuto da un vicino, è diventato il protagonista di quel “racconto sulla gente di Manhattan” annunciato nel finale del film omonimo, “che si crea costantemente problemi inutili e nevrotici perché ciò impedisce di occuparsi dei più insondabili e terrificanti problemi universali”. Poco importa che alla fine abbia ragione: insieme a una coppia di amici trascinati nell’intrigo, riesce a rimuovere, almeno per qualche giorno, i problemi e le lacerazioni di un gruppo che sta vivendo un ennesimo momento di crisi.
Al di sopra di loro, tra le mille luci di Manhattan, Allen ci fa ascoltare I happen to like New York, ma, nella vera vita oltre il film, la città si staglia indifferente sia rispetto alla sua celebrazione che alla delusione di non rappresentare la soluzione a intimi problemi esistenziali. E sembra insensibile anche rispetto alla paura che in fondo possa trattarsi di un luogo come tutti gli altri.