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L'arte di fare cinema con la voce

Con l'arrivo delle piattaforme streaming il numero delle produzioni è aumentato e, con loro, il lavoro dei doppiatori. Le prospettive di un settore in cui l'Italia continua a essere un'eccellenza

8 Dicembre 2019 alle 06:00

L'arte di fare cinema con la voce

Foto Pixabay

Sono le voci nell’ombra, gli attori che interpretano al buio, senza un pubblico davanti. Dal 1953, quando nella celebre scena di Singing in the rain si aprirono le quinte e Kathy Selden (interpretata da Debby Reynolds) svelò a tutti che chi intonava le canzoni del musical era lei e non l’attrice platinata sulle locandine, il doppiaggio ne ha fatta di strada.

   

 

Per gli italiani in modo particolare. Per noi, George Clooney parlerà sempre e solo come Francesco Pannofino, Leonardo DiCaprio come Francesco Pezzulli, Maria Pia di Meo sarà sempre Meryl Streep. Il “figlio minore” del cinema è considerato a tutti gli effetti una forma d’arte. Tuttavia la sua fama ha iniziato a vacillare. Voci fuori sincro e frasi desuete hanno messo a dura prova la pazienza di appassionati di serie tv, e oggi guardare i film in lingua originale non è più cosa solo da cultori.

 

Dall’arrivo delle piattaforme come Netflix e Amazon Prime, il numero delle produzioni è aumentato in modo esponenziale. Ma se da un lato c’è più lavoro nel settore, dall’altro le tempistiche di realizzazione si sono ridotte drasticamente. Nonostante la qualità rischi di peggiorare, il consumo del contenuto doppiato su Netflix aumenta del 120 per cento ogni anno: oggi la piattaforma offre allo spettatore di scegliere fra 31 lingue, sette in più rispetto a due anni fa. E sono gli stessi abbonati a chiederlo. Secondo i dati rilasciati dallo stesso colosso dello streaming, ad esempio, più dell’80 per cento degli spettatori italiani preferisce guardare i programmi nella propria lingua madre.

 

“Quando ho iniziato io diciassette anni fa, ovviamente non c’erano Netflix, Amazon e così via e anche il metodo era molto diverso. Sia che si lavorasse su film o serie tv, i tempi erano più dilatati. Le cose sono cambiate – spiega al Foglio Manuel Meli, 24 anni, romano, doppiatore che ha prestato la sua voce in oltre mille produzioni tra home video, cinema, cartoni, serie e video games – Una premessa è necessaria. L’avvento di queste piattaforme ha dato la possibilità di fare cose interessanti e ha sicuramente aumentato l’offerta per chi fa questo mestiere. Il problema sta nei tempi di consegna molto ristretti. Capita anche di dover registrare il doppiaggio di un film in una settimana. Per quanto ci si possa sforzare, non sarà mai perfetto come una lavorazione fatta nel doppio del tempo”. Meli è stato Aladdin nell’ultimo film Disney, il principe Joffrey nel Trono di Spade, Peeta in Hunger Games, ma ha registrato anche per Peaky Blinders, o Noi siamo infinito.

 

“Oggi tante produzioni sono blindate – racconta – gli stabilimenti hanno imposto delle restrizioni a tutela della privacy. Se le produzioni in aumento favoriscono l’ingresso di nuovi professionisti, e negli ultimi anni vedo tanti ragazzi bravi che si stanno facendo strada, dall’altro lato la velocità richiesta fa sì che i direttori ricorrano a chi ha più esperienza”. Questo viene confermato anche dall’ultimo rapporto sul doppiaggio presentato il 12 novembre scorso. “A fronte un incremento quantitativo delle lavorazioni, il settore ha finora faticato a rispondere con una altrettanto ampia formazione di tutto il personale addetto – si legge nella relazione presentata all’ultimo Gran premio internazionale del doppiaggio, in collaborazione con l’Università internazionale degli studi di Roma - C’è una notevole diffidenza nei confronti delle nuove leve, avvertita non solamente dagli stessi giovani professionisti che affermano di avere poche occasioni per farsi avanti, ma confermata anche da un atteggiamento cauto da parte dei 'veterani', pronti a sottolineare l’inadeguatezza della preparazione nei nuovi operatori del settore”.

 

Potenzialmente l’offerta di lavoro è in crescita, ma l’accesso alle sale da doppiaggio resta difficile. “Non esiste l’annuncio 'cercasi doppiatori' – spiega Federica Bensi, anche lei ventiquattrenne, che dopo la scuola di doppiaggio e un tentativo di intraprendere la carriera di cantante, ha da poco iniziato il suo lavoro nell'ombra - Siamo tanti, e c’è ancora più difficoltà a emergere”.

 

In Italia siamo abituati a pensare che i nostri doppiatori siano i migliori al mondo, ma solo qualche mese fa Netflix ha ritirato il doppiaggio in italiano della serie anime Neon Genesis Evangelion per via della traduzione sgangherata e di alcuni dialoghi incomprensibili agli stessi doppiatori. “Il doppiaggio rimane ancora una forma d’arte, e la nostra scuola resta un pilastro – continua Meli – Non siamo l’unico dei paesi europei a doppiare, ma siamo ancora il migliore”.

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