La vita nascosta di un martire

L’ultimo film di Malick ritrae il beato Jägerstätter, uomo libero ucciso per non aver giurato fedeltà a Hitler. La sottile linea rossa fra martirio e resistenza. Applaudito in Vaticano, il Dio di A Hidden Life è l’opposto di quello di Scorsese

Mattia Ferraresi

Il film di Terrence Malick “A Hidden Life” è al solito un mantello avvolgente di immagini che si srotola in un arco di tre ore, ma contrariamente al solito può essere sintetizzato in uno scambio di battute. Il burocrate nazista porge un foglio al prigioniero Franz Jägerstätter, che si era rifiutato di prestare giuramento a Hitler e di servire nella Wehrmacht. “Firma qui e sei libero”, gli dice, offrendogli una via di fuga dal patibolo. “Ma io sono già libero”, risponde il disertore. “E allora perché siamo qui?”. “Non lo so”. E’ tutto qui il paradosso del martirio portato sullo schermo dal regista americano: il mondo offre la libertà a un uomo che è già libero in virtù dell’obbedienza alla sua coscienza (“non posso fare ciò che credo sbagliato”) e del rapporto con il suo Creatore. E il mondo rimane alquanto sconcertato alla vista di un uomo che non risponde alle logiche mondane e si ribella perfino all’istinto di sopravvivenza. Lo adula, cerca di addomesticarlo con la persuasione, lo induce a compromessi, e vedendo fallire i tentativi lo imprigiona, lo tortura, cerca di piegarlo con la violenza, gli caccia in gola a forza quella libertà che non vuole ingurgitare. Perché lui è già libero. S’impone dunque la necessità di eliminare questo uomo di cui nessuno sa nulla, una comparsa laterale nelle grandi vicende della storia, uno che non sobilla ribellioni, non fa rumore, non rappresenta in senso stretto una minaccia per il regime. Ma è il suo stesso essere, la sua libertà non timbrata dal Reich, a costituire il più profondo e inaccettabile scandalo per il potere.

 

Malick mette in scena la storia vera e forse non abbastanza raccontata di un contadino austriaco che negli anni della Seconda guerra mondiale si rifiuta di prestare servizio nell’esercito. Il suo addestramento in caserma si conclude con il rifiuto di pronunciare il giuramento al Führer, poi segue il congedo per i contadini e infine arriva la lettera di chiamata al fronte, l’inizio di una tribolazione che si conclude con la ghigliottina, il 9 agosto 1943. Cattolico per tradizione ma segnato da una gioventù turbolenta e disordinata, si avvicina davvero alla fede attraverso la moglie, Franziska, figura straordinaria alla quale Malick dà pari, se non addirittura superiore dignità nella pellicola. I due vanno insieme in pellegrinaggio a Roma dopo il matrimonio, leggono quotidianamente la scrittura e le vite dei santi, educano alla fede le tre figlie. Nel remoto paesino di Sankt Radegund, ai confini con la Baviera, Jägerstätter è l’unico che ha votato contro l’Anschluss e si oppone con dignità al regime. Quando per strada lo salutano con il braccio teso e “Heil Hitler” lui non risponde, e scaccia con garbata fermezza i volontari con la svastica al braccio che raccolgono offerte non proprio spontanee per i veterani. La storiografia su questa figura, inaugurata da Gordon Zahn, che nel Dopoguerra si è imbattuto nella vicenda mentre cercava altro, alimentata fra gli altri anche dal grande monaco americano Thomas Merton, ha consegnato alla storia Jägerstätter come “obiettore di coscienza”.

 

E’ una formulazione che può nascondere un che di ambiguo, assimilandolo a un eroe civile che meritoriamente si oppone al nazismo. Malick invece riporta la sua decisione nell’alveo della fede. E’ un film sul martirio, non sulla resistenza. Dove il primo emerge dalla certezza che il sacrificio per la verità, offerto a Dio, non è una privazione ma genera vita, porta frutto; la seconda è sempre esposta alla tentazione di misurare i risultati dell’azione, di valutarne l’effetto storico.

 

La grandezza della narrazione di Malick sta proprio in quello che il protagonista non fa e non dice. Jägerstätter non arringa, non perora, non fa battaglie, non raccoglie firme, non mobilita e non solleva popoli. Non si sa nemmeno bene cosa pensi, mentre oppone rifiuto su rifiuto ai nemici e agli amici che vogliono convincerlo a conformarsi. E’ proprio il mondo a tentare con insistenza di spiegargli, con ragioni ben argomentate, che la sua azione non cambia nulla. Nessuno saprà se vive o se muore nella prigione di Tegel, il suo sacrificio non avrà alcuna conseguenza sulle sorti della guerra, non fermerà l’orrore, e quindi è più ragionevole che si salvi, che pensi alle figlie che rimarranno senza padre, a Franziska che ara i duri campi alpini a mani nude, aiutata solo dalla sorella, mentre il resto del paese sputa per terra quando passa la moglie del traditore. Non è più giusto siglare un compromesso accettabile per aver salva la vita? Non è più misericordioso evitare il dolore alle persone care? Non è la sua soltanto orgogliosa ostinazione? Dalle commoventi lettere scambiate con la moglie, raccolte dalla teologa austriaca Erna Putz e dalle quali il regista prende a piene mani, si capisce che le azioni del protagonista rispondono a una logica più alta. “Ringrazio anche il nostro Salvatore perché io ho potuto soffrire per Lui. Confido nella sua infinita misericordia; spero che Egli mi abbia perdonato tutto e che non mi abbandonerà neanche nella mia ultima ora… Osservate i comandamenti e, con la grazia di Dio, ci rivedremo presto in Cielo!”, scrive nell’ultima lettera prima dell’esecuzione. Nel momento drammatico del sacrificio, quando la moglie gli dice “fa’ ciò che è giusto”, il regista fa risuonare uno struggente Agnus Dei. E’ in ragione di questo orientamento che la chiesa nel 2007 lo ha proclamato beato, sotto il pontificato di Benedetto XVI. Ed è per lo stesso ordine di motivazioni che il film, presentato a Cannes e che sarà nelle sale italiane a febbraio, è stato proiettato l’altra sera alla Filmoteca vaticana, alla presenza del regista, proverbialmente schivo e avverso alle interviste. Non si è sottratto però a una breve chiacchierata informale con i cronisti, e il tenore di alcune domande spiega che la differenza fra martirio e resistenza non è stata del tutto colta. C’è chi, facendo leva sul dilemma morale che la storia pone, lo vuole portare sul terreno scivoloso dell’eutanasia, o chi ammiccando gli chiede se l’idea di un film ambientato nel Terzo Reich è dettata da questi tempi di presunte recrudescenze naziste: l’occasione di trasformarlo in un’icona contro i Trump e i Salvini è troppo ghiotta. Lui risponde malickianamente, cioè nega, dice che l’idea del presente non l’ha nemmeno sfiorato, che si parla di un martire, ovvero di un uomo che sceglie la vita. Faccenda universale su sfondo senza tempo.

 

Nel film, la chiesa ufficiale non ne esce benissimo. Il curato del paese invita Jägerstätter a pronunciare il giuramento, il vescovo di Linz gli ricorda severamente il suo dovere nei confronti della patria, con fare da notabile di regime in porpora. Traspare qui una certa ingenerosità storica del regista, dato che Jägerstätter è stato confortato nella sua vocazione al martirio dalla testimonianza di Franz Reinisch, sacerdote ucciso un anno prima di lui in circostanze analoghe. Uno dei dialoghi con il prete è però decisivo: “A Dio non interessa cosa dici, gli interessa solo cosa c’è nel tuo cuore”, spiega il sacerdote. Il suo consiglio rimarrà inascoltato. Non si può non leggere la scena in relazione a un’altra recente problematizzazione cinematografica del martirio, quella di Silence di Martin Scorsese. Silence racconta le tribolazioni dei missionari gesuiti in Giappone, costretti a scegliere tra l’abiura e le vite innocenti dei cristiani locali. Scorsese risolve il dilemma in modo diametralmente opposto a Malick. I missionari non rinnegano la fede per debolezza umana, come sarebbe comprensibile, ma il gesto è presentato come sommo atto di amore, ed è addirittura Cristo stesso a indicare che nel rinnegamento si realizza la virtù. Il suo volto parla al missionario che gli aguzzini vogliono costringere a calpestare l’immagine sacra: “Vai avanti ora. Va bene. Calpestami. Capisco il tuo dolore. Sono venuto al mondo per condividere il dolore degli uomini. Ho portato la croce per il vostro dolore. Calpestami. Mostrami il tuo amore”. Il martirio di Scorsese è orgoglio e presunzione umana, mentre la vera misericordia è esercitata da chi decide di salvare se stesso e gli altri. In fondo, si tratta soltanto di calpestare un’immaginetta di nessun conto. Questo gesto vale forse più della vita? La logica collima con quella del prete: “A Dio non interessa cosa dici, gli interessa solo cosa c’è nel tuo cuore”. Non è per un’esibizione di coraggio che Jägerstätter non s’abbassa a giurare fedeltà al più satanico dei regimi, ma per la certezza che l’obbedienza a ciò che è vero e giusto genera nuova vita. Il Dio di Scorsese lo giudicherebbe un egoista cinico che disprezza la propria vita e infligge sofferenze alla moglie, alle figlie, agli amici. A Hidden Life è l’antitesi di Silence. Il suo protagonista è un uomo “già libero” che conduce una vita nascosta, come recita il passo dell’autrice George Eliot che dà il titolo al film, e la sua testimonianza getta un seme destinato a portare frutto: “La crescita del bene nel mondo dipende in parte da gesti che non fanno la storia; e il fatto che le cose per me e per te non vadano male come avrebbero potuto lo dobbiamo almeno per metà a coloro che hanno vissuto con fedeltà una vita nascosta, a chi riposa in tombe che nessuno visita”.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.