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I molti meriti del Torino Film Festival

Tra quelli dell’edizione numero 37 che si è aperto oggi e chiuderà il 30 novembre, c'è l’inaugurazione con “JoJo Rabbit” di Taika Waititi

22 Novembre 2019 alle 17:11

I molti meriti del Torino Film Festival

Il Festival di Torino ha molti meriti, accumulati negli anni a fronte di una concorrenza sempre più forte. Un tempo l’autunno era suo, ora c’è la Festa di Roma a fargli un po’ d’ombra, e i titoli buoni sono più o meno sempre gli stessi, parlando di numeri (non credete a chi vaneggia di talenti che non riescono a farsi strada, semmai è vero il contrario: sceneggiature da tenere ben chiuse nel cassetto, e registi sprovveduti).

 

Il Festival di Torino ha anche qualche colpa, per esempio la scoperta di Pietro Marcello, premiato dieci anni fa per “La bocca del lupo”: un documentario con materiali d’archivio, tutto sommato innocuo, pensavamo allora. Niente che lasciasse presagire le pretese intellettualistiche del “Martin Eden” visto all’ultima Mostra di Venezia. Ancora meno prevedibili erano le recensioni liricheggianti (e via di nuovo con la rinascita del cinema italiano: un obolo ogni volta che viene pronunciato, e i debiti dello stato ne trarrebbero giovamento) che hanno accolto il capolavoro.

 

Tra i meriti dell’edizione numero 37 – il Tff si è aperto ieri e chiuderà il 30 novembre – l’inaugurazione con “JoJo Rabbit” di Taika Waititi. Il nome forse lo abbiamo dimenticato, ma il suo film sulla comune di vampiri neozelandesi – con tutti i problemi della coabitazione, disordine e quote arretrate di affitto, con l’aggravante delle centinaia d’anni trascorsi – lo abbiamo ben presente. Nel frattempo, “What We Do in the Shadows” è diventato una serie televisiva, in cima alla nostra lista delle cose da vedere. Presto, perché hanno già ordinato la seconda stagione.

 

“Un ragazzino ha Hitler come amico immaginario”: ecco il sunto della trama, dovuta alla fantasia di Christine Leunens (il suo primo romanzo era intitolato “Uomini da mangiare”, nel senso del cannibalismo: c’è ancora qualcuno, vivaddio, che tiene fede alla regola numero uno dello scrittore: inventare). “Il cielo in gabbia” esce da Sem, Società editrice milanese, ed è già in libreria. Il film sarà nelle sale il 23 gennaio, anche quest’anno non avremo nulla di decente da vedere a Natale.

 

Taika Waititi, maori per parte di padre e Cohen per parte di madre, prende spunto dal romanzo (che va ben oltre l’infanzia del ragazzino JoJo, smanioso di entrare nel club dei nazisti) per una commedia nera con le svastiche. I già scandalizzati in partenza pensino a “Vogliamo vivere” di Ernst Lubitsch o a Chaplin-Hitler che giocherella con il mappamondo, e si mettano il cuore in pace. Si può ridere su tutto, come la comicità ebraica insegna da svariati secoli. Le battute azzeccate sono più rispettose delle umane sofferenze di certe lacrime retoriche. O dei ricatti sentimentali di certi film da festival (e dopo l’applauso di circostanza, tutti a cena). L’attore ragazzino si chiama Roman Griffin Davis, la mamma è Scarlet Johansson, in soffitta c’è una sorpresa.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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