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Venezia 2019

Piangere per niente

Arriva il cinema italiano e la critica impazzisce e si commuove. Ma “Martin Eden” è un disastro di Autorialità

4 Settembre 2019 alle 06:00

Prima o poi del cinema italiano alla Mostra di Venezia tocca parlare. Non potevamo trovare occasione più ghiotta dell’impazzimento critico per “Martin Edendi Pietro Marcello. Regista – son parole sue che diligentemente ricopiamo – “di un cinema alchemico, dell’imprevisto e dell’imprevedibile”. Cronistoria minima dell’alchimia. Fece piangere i critici (piangono, certo che piangono, non sempre nei momenti adatti) con “La bocca del lupo”: documentario su due carcerati (uno trans) che si innamorano e per lo sfasamento delle pene attendono dieci anni per ricongiungersi. Filmati e fotografie della vecchia Genova aggiungevano nostalgia alla lontananza. Seconda tappa di avvicinamento verso l’Autorialità: “Bella e perduta”. Ricordiamo un numero spropositato di Pulcinella, un bufalo parlante di nome Sarchiapone, e la dichiarazione rilasciata al Festival di Locarno: “Faccio film per me, non per gli spettatori”.

  

Prego, si accomodi nel suo solipsismo, possiamo vivere benissimo senza altri film di Pietro Marcello – questo abbiamo pensato allora, con l’ingenuità di chi prende sul serio le dichiarazioni di intenti. Invece è arrivato “Martin Eden”, e i critici al Lido hanno gridato al capolavoro. Cosa li abbia fulminati non si capisce neanche dopo aver letto le recensioni del film che trasferisce a Napoli il romanzo californiano (e autobiografico) di Jack London, diventato scrittore e giornalista di successo dopo mille mestieri, tra cui il cercatore d’oro. Nonché fervente socialista, per aver osservato la miseria americana e britannica: nel “Popolo dell’abisso” racconta i giorni trascorsi travestito da barbone nel West End (“il mio stomaco non mi perdonerà mai le schifezze che gli ho fatto ingoiare”).

  

Martin Eden è Luca Marinelli, bravo anche nelle scene più assurde. Marinaio, salva un ricco signorino dal pestaggio sul molo e per ricompensa viene invitato nella villa dove per la prima volta trova un libro. Poesie. Baudelaire. Folgorazione immediata, anche per la signorina proprietaria del volume, che gli impresta una grammatica e lo invita allo studio. Perché lo faccia con un ridicolo accento francese non è chiaro. E un regista dovrebbe sapere che la risatina soffocata impedisce di palpitare per qualsivoglia personaggio.

  

L’epoca è incerta: l’aspirante scrittore compra una macchina per scrivere Olivetti, le signore portano le gonne lunghe fino a terra e sono pettinate in stile Charleston. Martin Eden da povero operaio ha i capelli neri. Da ricco scrittore – “Il richiamo della foresta” fu un romanzo da sei milioni di copie, anche se dal film ricaviamo che scriveva solo poesie e pamphlet rivoluzionari – sfoggia ciocche ossigenate e un gran caratteraccio.

  

C’era uno scrittore tra gli sceneggiatori? O almeno uno storico? Quale rivista a Napoli pagava 200 mila lire per un racconto, sia pure osannato come “un pugno in faccia” o come “un colpo al cuore”. Ai primi tentativi letterari lo rimproverano: “Scrivi solo cose tristi, la gente vuole ridere”. Giusto per zittire in via preventiva il critico che critica, sciocco vanesio che al cinema vorrebbe vedere film fatti bene. Non un mix di proclami, fotografia con i colori anni 70, immagini di repertorio con scugnizzi, navi che si inabissano – sta per il crollo delle illusioni novecentesche, scatta l’applauso dei recensori.

 

 

C’era un giornalista tra gli sceneggiatori? Se lo chiede lo spettatore di “Vivere”, regista Francesca Archibugi (fuori concorso, mentre “Martin Eden” ambisce al Leone d’oro, e sicuramente sta nelle grazie della presidente di giuria Lucrecia Martel più di Roman Polanski). Adriano Giannini si tormenta i capelli e si spreme le meningi a ogni articolo che deve buttar giù. La moglie Micaela Ramazzotti va e viene trafelata dalla palestra dove insegna ginnastica alle ciccione. Vivono come nei film italiani, in una casa che non si potrebbero mai permettere. Parlano come nei film italiani. “In mezzo al buio mi si è accesa una lucina”, dice il marito e giornalista in crisi esistenziale. Vuol dire: “Mi sono scopato la baby sitter irlandese”.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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