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Cannes deve ancora iniziare. Ma le femministe sono già in guerra contro Alain Delon

Domani prende il via la 72esima edizione del Festival. Petizione per non assegnare la Palma d'oro alla carriera all'attore definito “razzista”, “sessista” e “omofobo”

13 Maggio 2019 alle 19:44

Cannes deve ancora iniziare. Ma le femministe sono già in guerra contro Alain Delon

Una foto d'archivio di Alain Delon (foto LaPresse)

Parigi. Non date la Palma d’oro alla carriera a quel “razzista”, “sessista” e “omofobo” di Alain Delon. La 72esima edizione del Festival di Cannes si apre domani sera, ma la prima polemica, e che polemica, ha già raggiunto la Croisette, perché l’associazione femminista americana Woman and Hollywood ha chiesto a Thierry Frémaux, delegato generale della kermesse cinematografica, di fare retromarcia sulla scelta di premiare il mostro sacro del cinema francese per l’insieme della sua carriera.

 

 

“Questo attore razzista, omofobo e misogino sarà onorato a Cannes”, si intitola la petizione pubblicata sulla piattaforma Care2, una petizione già firmata da 15mila persone che sta trovando grande eco nei siti progressisti di mezzo mondo e una cassa di risonanza tra le femministe francesi. “Cannes manda un segnale negativo alle donne e alle vittime di violenza dando un premio a Delon”, ha scritto l’associazione Osez le féminisme. Le erinni di Woman and Hollywood, collettivo presieduto da Melissa Silverstein, rimproverano alla “faccia d’angelo” del cinema d’oltralpe di essersi espresso contro le adozioni gay, di avere un comportamento da “macho”, di aver invocato un argine all’immigrazione massiva e soprattutto di essere un simpatizzante della destra lepenista (lui e Jean-Marie Le Pen, fondatore del Front national, si conobbero durante la guerra d’Indocina, e da quel momento nacque una solida amicizia; verso Marine, invece, non ha mai avuto una particolare simpatia, al punto da non votarla al secondo turno delle presidenziali del 2017 contro Macron).

 

“In un evento così importante, non c’è posto per i razzisti, i sessisti e gli omofobi, firmate per chiedere a Cannes di non onorarlo!”, gridano le femministe. È il solito sabba contro chi non è allineato al pensiero unico, l’ennesimo tentativo di riscrivere la realtà secondo i nuovi dogmi del politicamente corretto. “Tutto il mio appoggio a Alain Delon, la più grande icona del cinema francese, che deve far fronte al settarismo e a dei censori estremisti”, ha tuittato Eric Ciotti, deputato dei Républicains. Quella tra Alain Delon e il Festival di Cannes, è stata una storia tumultuosa, dopo le gioie dei primi anni, quando salì i gradini accanto a Monica Vitti per “L’Eclisse” di Michelangelo Antonioni, nel 1962, e per “Il Gattopardo” di Luchino Visconti, Palma d’Oro 1963.

 

La prima querelle scoppiò dopo la scelta del Festival di non selezionare il film “Notre Histoire” di Bertrand Blier, dove era protagonista, la seconda, molto più dura della prima, esplose quando non venne invitato per i cinquant’anni di Cannes (anche Jean-Paul Belmondo non ricevette l’invito). Il goscismo culturale gli ha sempre fatto pagare il suo amore per il gollismo e l’attaccamento ai valori tradizionali, e il suo essere così candidamente un “homme de droite” non gli ha permesso, nel corso della sua vita, di essere omaggiato e ricordato come invece avrebbe meritato. Quello di Frémeaux, lo chef d’orchestre del Festival di Cannes, è stato, per questo motivo, un gesto coraggioso, di rottura, il gesto di un libero pensatore che ha saputo scindere l’attore e la sua qualità artistica dall’uomo e le sue idee politiche poco corrette (a proposito, Frémaux ha dichiarato a Nice Matin che anche Brigitte Bardot potrebbe presto essere onorata con la Palma d’Oro alla carriera). “Più di ottanta film, innumerevoli capolavori e ruoli superlativi che sottolineano la grandezza artistica e l’aura internazionale di un uomo che esplose in ‘Delitto in pieno sole’ (1960), un polar che è anche un’ode alla sua bellezza insolente”, ha scritto il Festival di Cannes motivando la sua scelta. Lunga vita a Cannes. E a Alain Delon.

Mauro Zanon

Nato a una manciata di chilometri da Venezia, nell’estate in cui Matthäus e Brehme sbarcarono nella parte giusta di Milano, abbandona il Nord, per Roma, quando la Lega era ancora celodurista e un ex avvocato del Cav. vinceva le presidenziali francesi. Nel 2009, decide di andare a Parigi, e di restarvi, dopo aver visto “Baci rubati” di Truffaut. Ha vissuto benino nella Francia di Sarkozy, male in quella di Hollande, e vive benissimo in quella di Macron (su cui ha scritto un libro, “Macron. La rivoluzione liberale francese”, Marsilio). Ama il cinema di Dino Risi, le canzoni di Mina, la cucina emiliana, le estati italiane, l’Andalusia e l’Inter di José Mourinho. Per Il Foglio, scrive di Francia e pariginismi. Collabora inoltre con il mensile francese Causeur.

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Commenti all'articolo

  • maropadila

    14 Maggio 2019 - 09:09

    Viva Bardot, Belmondo e Delon (in ordine rigorosamente alfabetico).

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