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Basterà un Moviement per portare gli italiani al cinema tutto l'anno?

In cosa consiste il progetto che sotto un logo rossoblù da supereroi ha messo insieme l’intera filiera del cinema italiano

23 Marzo 2019 alle 06:00

Un piano triennale. Il più gran cambiamento di sempre. Non sono parole che rassicurano. Vuoi per la somiglianza con i disastrosi piani quinquennali sovietici. Vuoi per gli esiti del tanto sbandierato cambiamento politico. Però siamo persone fiduciose, e quando uno spot ambientato nella sorella povera di Gotham City si rivolge a chi “freme per vedere grandi film”, non possiamo tirarci indietro. Per fremere si freme, è dopo che le delusioni bruciano.

 

La rivoluzione si chiama Moviement. Sotto un logo rossoblù da supereroi ha messo insieme l’intera filiera del cinema italiano. A noi la parola non piace, ma siccome bisogna buttare il cuore oltre l’ostacolo, dimostrando che il sistema è integrato, la usiamo per capirci. Distribuzione, produzione, esercizio, istituzioni, “talent” (che in Italia è diventato sinonimo di “attore o attrice”, il testimonial alla conferenza stampa di presentazione era Pif), l’Accademia del cinema italiano che assegna i David di Donatello, e sotto la direzione di Piera Detassis ha rinnovato la giuria.

 

Obiettivo: far funzionare le sale cinematografiche per dodici mesi all’anno, cancellando il disastroso calendario che abbiamo patito negli ultimi anni. Anche decenni. Solo che quando gli incassi erano sostanziosi, e non c’era lo streaming aperto 24 ore su 24 (“abbiamo come rivale soltanto il sonno” disse un boss di un’importante piattaforma a cui non faremo pubblicità, come usavano dire nei programmi Rai), il problema non era granché sentito.

 

Erosione dopo erosione, affollamento dopo affollamento, la situazione fino all’altro ieri era così configurata: accumulo di titoli a Natale (bei tempi quando il cinepanettone era uno o al massimo due), scaramucce per uscire a San Valentino, e poi desolanti settimane che vedono l’uscita – tecnica, perlopiù – di oltre dieci titoli ogni settimana (a marzo erano 56, ad aprile saranno 46, fatevi i conti). Maggio con qualche guizzo, causa Festival di Cannes. E poi zona morta fino a settembre, quando la Mostra di Venezia dà una scossa rinvigorente.

 

Quest’anno no. Quest’anno si cambia. I cinema resteranno aperti e i grandi film usciranno in contemporanea con gli Stati Uniti. Quante volte l’avete sentita? Noi abbiamo perso il conto – ma restiamo fiduciosi, speriamo sia la volta buona per il “cambiamento epocale” (anche epocale è abbastanza sinistro, a guardar bene). Ci saranno gli incentivi pubblici, naturalmente. Sennò sembra non ci sia verso di spingere lo spettatore italiano a vedere “Stanlio & Ollio”, o “I fratelli Sisters”, film divertenti e non proprio di nicchia. Non somigliano per niente a “The Golden Glove” di Fatih Akin, che alla Berlinale ha fatto fuggire anche i cinefili incalliti (altra grande promessa estiva). Noi aspettiamo “Toy Story 4”, anche se al bambino Andy hanno cambiato i connotati.

Mariarosa Mancuso

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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