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Lunga vita alle lingue morte: da "La Passione" di Gibson a "Il primo Re"

E' al cinema il film di Matteo Rovere sulla leggenda di Romolo e Remo. Ma esistono anche altri casi di registi che hanno sperimentato linguaggi insoliti, a volte inventati di sana pianta

1 Febbraio 2019 alle 16:00

Lingue morte al cinema? Fu la grande provocazione di Mel Gibson quella di fare prima “La passione di Cristo” in latino e aramaico, e poi “Apocalypto” in maya. A lui si sono ispirati il regista Matteo Rovere e gli sceneggiatori Filippo Gravino e Francesca Manieri per l’idea di far recitare in proto-latino gli attori de “Il primo Re”, un film che racconta la leggenda di Romolo e Remo che è al cinema dal 31 gennaio. Appena due mesi prima, dall’Università di Cambridge, il docente di Assiriologia, Martin Worthington, aveva annunciato “The Poor Man of Nippur”, il primo film girato in babilonese. Ma anche nella popolare serie tv “Vikings” echeggiano ben quattro lingue morte, anche se la gran parte dei dialoghi sono in realtà in inglese. I personaggi parlano latino, franco, anglo-sassone e norreno nel momento in cui entrano in contatto con popolazioni diverse o compiono rituali particolari.

  

Insomma, è ormai quasi una moda, anche se si tratta di esempi non del tutto comparabili. Rispetto ai kolosssal di Gibson e alla serie tv “Il primo re”, è cinema di nicchia. “Il povero di Nippur” è stato ideato come una sorta di esperimento, anche se molto accurato. Dura solo 22 minuti e gli attori sono studenti di Worthington. Riporta quasi alla lettera la vendetta del povero che è stato privato di una capra dal capo della città, una vicenda raccontata in modo abbastanza dettagliato su una tavoletta babilonese in caratteri cuneiformi lunga 160 righe e risalente al 701 a.C.. Della lingua accadico-assiro-babilonese non esistono documenti successivi al I secolo ed è presumibile che si fosse estinto come lingua parlata già da prima, sopravvivendo solo come lingua di uso religioso.

  

Al suo posto si era affermato l’aramaico, che è anche uno degli idiomi riesumati da Mel Gibson ne “La Passione di Cristo”. Oggi in medio oriente vivono ancora circa 500 mila persone che parlano aramaico e alcuni di loro che hanno visto il film di Gibson dicono di averlo trovato perfettamente comprensibile. Peraltro, anche lo yucateco usato in “Apocalypto” è una lingua viva: la parlano almeno 700 mila persone in Messico, altre 5 mila in Belize e fa parte – insieme ad altri 28 dialetti – di un gruppo linguistico che conta su ben 6 milioni di persone. In Guatemala, la locale Academia de Lenguas Mayas - K'ulb'il Yol Twitz Paxil ha criticato il film di Gibson come denigratorio, ma in Messico l'Istituto per lo Sviluppo della Cultura Maya è stato invece più possibilista, spiegando che ogni pubblicità era comunque positiva.

 

Non mancano i casi in cui alcuni registi hanno provato a sperimentare. E' successo col film di fantascienza “Stargate”, dove gli extraterrestri parlavano in antico egizio. O almeno, lo facevano usando una sua versione ipotetica, visto che i geroglifici non trascrivevano le vocali.

 

Ancora più arrischiato è stato il caso de “La Guerra del fuoco” di Jean-Jacques Annaud, che per provare a ricostruire il linguaggio degli uomini preistorici aveva fatto traslitterato i grugniti dall’Anthony Burgess di “Arancia meccanica” e il linguaggio gestuale dal Desmond Morris della “Scimmia nuda”. Tornando al latino, lo usavano per comunicare tra di loro anche i membri dell’Opus Dei ne “Il codice da Vinci”, soprattutto al cellulare (in quel caso però si trattava del latino classico in uso nella Chiesa).

 

Anche per il “Il primo re” ci sarebbe stata all’inizio l’idea di girarlo in latino classico o in inglese. Ma poi regista e sceneggiatori si sono invece rivolti a studiosi dell'Università La Sapienza. Alla richiesta di consulenza, dall'università di Roma hanno risposto con l’invio addirittura di testi audio, che a regista e sceneggiatori hanno fatto molta impressione. “Ci è sembrata la direzione giusta proprio perché quell'idioma era più barbarico, più arcaico rispetto al latino. Il risultato è sorprendente e coerente con i personaggi e con l'epoca che si vuole raccontare”, ha spiegato lo sceneggiatore Filippo Gravino.

 

Una scelta coraggiosa, anche se non sono mancate le critiche. Alcuni tra i cultori e gli appassionati hanno trovato i Romolo e Remo del film di Rovere più simili a Conan o al Trono di Spade, se non al Signore degli Anelli.

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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