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A star is born

La recensione del film di Bradley Cooper con Bradley Cooper, Lady Gaga, Sam Elliott, Greg Grunberg

13 Ottobre 2018 alle 06:00

Il sogno numero uno di un attore che diventa regista, e pure protagonista del suo primo film, è un ruolo da alcolizzato & drogato (porta dritto all’Oscar). Sogno numero due: un ruolo da musicista (chi non ha mai sognato di cantare e suonare live, magari a Coachella?). Sogno numero tre: un ruolo da tenero amante che al tirassegno vince per te il peluche gigante (funziona anche il cane vero). Bradley Cooper – il matto che inseguiva la matta Jennifer Lawrence in “Il lato positivo” di David O. Russell – cumula i tre ruoli in un solo film. Nano sulle spalle dei giganti (non è offensivo, lo hanno detto fieramente tutti i moderni del passato per rivendicare la propria superiorità sugli antichi) sceglie una collaudatissima storia hollywoodiana. Prima di essere virata in musica (nel penultimo remake datato 1976 con Barbra Streisand e Kris Kristofferson, uno più narciso dell’altra) l’aveva diretta nel 1932 George Cukor, con il titolo “What Price Hollywood?”.

 

Il titolo “A Star is Born” subentra nel 1938 – cederà anche George Cukor, nell’auto-remake del 1954 con Judy Garland: bello era bello, anche un po’ meno moralista del precedente (fu una faccenda di diritti: per lo stesso motivo al cinema “Dracula” fu ribattezzato “Nosferatu”, lasciando senza un quattrino la vedova di Bram Stoker). La rete di protezione c’era, Bradley Cooper aggiunge il magnetismo, la bravura, le canzoni e il nasone di Lady Gaga, continuamente evocato (devono averglielo detto fino alla nausea, qui si prende una bella rivincita, mentre i capelli affrontano tutte le sfumature dal castano al rame al carota).

 

Via gli abiti-bistecca, i collari elisabettiani e gli altri spettacolari travestimenti, siede al piano e canta con trasporto melodrammatico, più che rockettaro. Trascinata sul palco da Bradley Cooper che beve e manda giù pillole, e che si è preso la cotta sentendole cantare “La vie en rose” in un locale gay. Da regista, esagera con le infanzie infelici, ma azzecca la mossa vincente. Gira il filmone come se fosse una storia mai sentita prima, senza ironia né parodia. Quindi preparate i fazzoletti: l’amore non vince su tutto, l’industria dello spettacolo ruba l’anima.

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