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Popcorn alla Berlinale

Temevamo i film in costume, al Festival del Cinema di Berlino sono puntualmente arrivati. E sono puntualmente brutti

16 Febbraio 2018 alle 21:40

Black 47

Black 47

Temevamo i film in costume, alla Berlinale sono puntualmente arrivati (non ci si diverte a fare i profeti di sventura, ma l’esperienza e tanti film visti dovranno pur servire). E sono puntualmente brutti. Non perché i film in costume lo debbano essere per forza, ne esistono di magnifici. Ma c’è l’inghippo: per rendere credibili gesti e parole di epoche lontane – leggi: per non far notare che gli attori sono stati appena truccati e imparruccati, abbigliati di stracci o di broccato – servono registi bravi (non registi che ragionano “una storia vera non può fallire”). In caso contrario, sui set e nelle inquadrature, si aggirano figurine agghindate a dovere, ma rigide come baccalà.

    

 

Black 47di Lance Daly (fuori concorso) racconta la carestia che affamò l’Irlanda a metà dell’Ottocento. Retroscena: i poveri si nutrivano quasi solo di patate, che riempiono la pancia e son facili da coltivare. Quando le piante di patate si beccarono un fungo e il raccolto andò perduto, un milione di irlandesi morirono di fame e un altro milione emigrarono negli Stati Uniti. I poveri sono a piedi nudi e ricoperti di stracci, le facce e le rotondità sono infallibilmente moderne. Per non parlare dei cavalli, pasciuti e strigliatissimi. Appare un maiale più grasso e più rosa di quello allevato clandestinamente (ed eravamo nell’Inghilterra del 1948) nel film di Malcolm Mowbray intitolato “Pranzo reale”. Il suino viene decapitato – l’eroe vendicativo ha imparato la tecnica combattendo al servizio dei britannici in Afghanistan, scopriremo poi – e nessuno, ma proprio nessuno, si avventa sulla carcassa per arrostirla. Il muso viene messo a mo’ di maschera sul cadavere di un signorotto locale, reo di aver ucciso la famiglia dell’irlandese che con onore aveva servito nell’esercito nemico. Altra magnifica invenzione, il fango sulla faccia che non si secca mai: ore dopo la caduta è ancora bello umido.

   

 

E’ difficile sospendere l’incredulità anche guardando “Damsel” (come “Damsel in distrusse”, damigella in difficoltà). Lo hanno girato i fratelli David & Nathan Zellner, verrebbe voglia di convocarli per farsi spiegare cosa avevano in mente. Una parodia del western, parrebbe all’inizio. Siamo pronti a scommettere che nessuno dei due ha visto “Mezzogiorno e mezzo di fuoco” diretto da Mel Brooks nel 1974. L’ex vampiro Robert Pattinson cerca la fidanzata Penelope, rapita da un rivale (Mia Wasikowska, con un leggiadro taglio di capelli che nelle praterie non si era mai visto). Ha l’anello in tasca per fidanzarsi e farne una donna onesta. Ha anche un prete al seguito: un tizio che voleva cambiar vita e si è fortunosamente ritrovato con gli abiti una Bibbia malconcia. La damigella non è in pericolo, sa benissimo difendersi anche con le cattive. Lo è la pazienza dello spettatore: i tentativi di far ridere sono tanti, mai ne ne vada a segno uno.

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