Le balle di Spielberg in "The Post"

Se volete sapere cosa furono i Pentagon Papers non affidatevi a una sceneggiatura maldestra che insiste sull’eroismo inesistente dei giornalisti. Leggeteli, e vedrete che gli storici del Pentagono hanno da dire cose più vere e profonde

8 Febbraio 2018 alle 06:15

Le balle di Spielberg in "The Post"

"The Post", di Steven Spielberg

Nel film di Spielberg “The Post”, che nel contenuto è un banale comizietto sul free speech mentre il suo “Lincoln” era una complessa ricostruzione del nesso eroico tra politica dura, corruzione, parlamentarismo, guerra e libertà, ci sono due balle. Una notoria. Lo scoop non fu del Post ma del Times. Ben Bradlee, direttore del giornale di Washington, venne dopo Abe Rosenthal (direttore del Times) e Jim Greenfield (assistant managing editor) e Neil Sheehan (il cronista che si procacciò, senza riceverlo in busta come i colleghi del Post, il materiale dei Pentagon Papers). Vabbè.

 

La seconda balla è meno veniale, per dir così, e riguarda la sostanza. Dunque bisogna esserne avvertiti. I Pentagon Papers furono pubblicati come la dimostrazione delle menzogne dello stato americano sulla guerra nel Vietnam dal 1945 in poi attraverso i presidenti Truman (democratico), Eisenhower (repubblicano), Kennedy (democratico), Johnson (democratico) e Nixon (repubblicano). Furono pubblicati quando gli americani quella guerra stavano per perderla (1971), mentre Nixon e Kissinger lavoravano per una conclusione non disonorevole e pacifica, a suon di bombe e negoziati. La guerra fu persa sia per l’eroismo ideologico ai limiti della follia dei Vietcong, manovrati da quel simbolo di bene che fu il malevolo Ho Chi Minh, capo del Nord Vietnam, sia per l’impasto di ragioni e torti delle opinioni pubbliche occidentali, prima fra tutte quella americana in epoca di coscrizione obbligatoria e a fronte di quasi sessantamila soldati morti (quelli vietnamiti, guerriglieri e civili, furono milioni). In quel clima caratterizzato dai movimenti mondiali del 1968 non potevano non essere un atto d’accusa sanguinoso come sanguinosa era stata la guerra, prima dei francesi, poi dopo Dien Bien Phu (1954) degli americani, per sottrarre il Vietnam del Sud a quella che praticamente il solo Goffredo Parise, inviato e scrittore, definì “l’unificazione armata tonchinese”. Le cui conseguenze furono la “Auschwitz liquida” dei boat people in fuga da oppressione e dittatura altrettanto sanguinaria della guerra e un serio colpo del comunismo internazionale contro il mondo libero.

 

In realtà i Pentagon Papers sono un archivio messo insieme su indicazione di Robert McNamara, un segretario alla Difesa esitante ma capace, tormentato dalla nebbia di guerra (“The Fog of War” è un meraviglioso documentario di Errol Morris che spiega quasi tutto). Furono il tentativo di rendere ragione di una lunga stagione di impegno internazionalista degli Usa, vincitori con la Gran Bretagna e la Francia libera di de Gaulle e l’Unione sovietica di Stalin della Seconda Guerra mondiale contro Hitler, Mussolini e il Sol levante. Era calato in Europa il sipario di ferro, l’iron curtain di cui parlò Churchill nel celebre discorso di Fulton, e nel mondo erano in pieno svolgimento, in particolare a partire dalla vittoria di Mao in Cina (1949), la Guerra fredda e la decolonizzazione. Come nella vita e nella vita politica, in quegli archivi ci sono le verità e le menzogne. C’è la propaganda e la contropropaganda. Ci sono racconti e documenti avvincenti su quel che era il processo decisionale per tutti i presidenti, senza distinzione partisan tra buoni e cattivi. C’è il solito romanzo del rapporto con opinione pubblica ed elettorato e libera stampa, tre soggetti distinti e divisi ma destinatari tutti di ovvie tecniche manipolative del potere, senza le quali non esiste potere democratico, non esistono istituzioni di sicurezza liberali, non esisterebbero gli stati, solo congregazioni quacchere. E’ ampiamente rappresentato il bene losco dell’intelligenza politica e umana, che portò un celebre e eroico agente di Pentagono e Cia, Edward Lansdale, di cui è appena uscita una bellissima biografia e che fu il soggetto di due romanzi di Graham Green (“The Quiet American” è uno di questi), a lavorare per soluzioni di guerra strategiche più efficaci. E Lansdale non era una giovane marmotta (tra una cosa e l’altra provò a uccidere Castro, per dire), voleva, come vorrà poi il generale David Petraeus in Iraq, contrastare con il consenso possibile le insorgenze che fatalmente si valsero della furia popolare contro i bombardamenti e le invasioni americane in territorio vietnamita, voleva un diverso rapporto con i contadini e con le classi dirigenti del Sud Vietnam eccetera, e lavorava per questo con risultati fallimentari che però gli hanno garantito la sepoltura a Arlington, nel cimitero degli eroi di guerra americani e di altre grandi personalità politiche e militari. I Pentagon Papers sono un gran libro sul funzionamento degli apparati, scritto e concepito da un uomo di stato e da membri degli apparati stessi fattisi storici documentali del segreto di stato. Ieri furono il trofeo dei giornali per abbattere la resistenza occidentale in Asia, perché aveva un costo troppo alto e aveva perso i media e l’opinione pubblica mondiale, oggi sono l’oggetto sconosciuto di una sceneggiatura hollywoodiana maldestra, psicologizzante, tutta centrata sulla dinastia dei Graham e su K., l’editrice del Post e l’amica di McNamara, e sull’eroismo inesistente dei giornalisti. Quindi, se proprio volete approfondire, leggetevi, dopo la visione del film di Spielberg, i Pentagon Papers, e vedrete che gli storici del Pentagono e della Cia hanno da dire cose più vere e profonde sulla dialettica di menzogna e sortilegio che è la politica di tutti i tempi di quanto abbiano da dire gli sceneggiatori sull’atmosfera fumosa e sulle impagabili feste mondane che diedero luogo alla violazione suicida di quella menzogna e di quel sortilegio.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    09 Febbraio 2018 - 13:01

    Caro Ferrara, lei narra, illustra, entrando acutamente nelle pieghe e nei recessi, il fatale andare della natura umana. Dominata, schiava obbligata dei due istinti primordiali, ineliminabili: quello di sopravvivenza e quello della brama del potere. Lo racconta così bene, in modo così culturalmente esaustivo, con una prosa così avvincente, da far pensare che siano cose che possano essere risolte dall'uomo, cioè dalla sua natura. Nel nostro intimo sappiamo che non è possibile. Però è bello, anzi indispensabile, far finta che si possa venirne a capo.

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