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A Cannes 2017, per due ore, la Palma d'Oro è stata russa

Il nostro favorito, “A Gentle Creature” di Sergej Loznitsa. Un film a cui servirebbe un play doctor, e altri pazienti da visitare

25 Maggio 2017 alle 19:28

A Cannes, per un paio d'ore, la Palma d'oro è stata russa

Il regista Sergej Loznitsa (secondo da sinistra) e il cast di “A Gentle Creature” (foto LaPresse)

Per un paio d’ore la Palma d’oro è stata russa. No, a Cannes non hanno ancora dato i premi, e neppure hanno combinato un pasticcio a imitazione degli Oscar. La Palma d’oro è stata russa, assegnata per indiscutibile merito mentre guardavamo “A Gentle Creature” (così il titolo internazionale, ispirato al racconto “La mite” di Fëdor Dostoevskij). Il regista Sergej Loznitsa – nato in Bielorussia e cresciuto a Kiev, suo il documentario “Austerlitz” ispirato al saggio di W. G. Sebald – non sbaglia un colpo nel raccontare la storia di una donna che vuole far avere al marito carcerato scatolette e mutande. Sull’autobus, una signora sbraita perché il pacco le rovina le calze. Tre minuti dopo, i passeggeri discutono della vita e della morte. Il tassista, alla stazione, neanche le chiede dove va – altro da visitare non c’è, il manicomio lo hanno bruciato i ricoverati – e subito celebra la prigione che fa girare l’economia. Quasi un musical, tutto miseria e squallore. I russi cantano sempre, e se non cantano tengono accesa la radio. Magnifico fino a quando, nel finale, arriva un inutile sogno, per illustrare quel che avevamo capito benissimo. Si può togliere – con un’incisione chirurgica da fare con urgenza – senza che “A Gentle Creature” ne risenta. Le due ore rimanenti volano via tra il grottesco e l’assurdo.

 

Non è l’unico film, tra quelli presentati al 70° Festival di Cannes, che avrebbe bisogno di un “play doctor”. Si chiamano così i dottori che invece di aggiustare gambe aggiustano le sceneggiature che zoppicano. Ogni play doctor sa, come spiegano anche i manuali, e i corsi su internet, che tra le malattie più diffuse c’è il problema del secondo atto (servirebbe un vaccino). Nel primo atto (più o meno la prima mezz’ora) vengono presentati i personaggi e la missione da compiere. Nel terzo atto la missione si compie. Nel secondo, devono succedere abbastanza incidenti da ritardare il compimento della missione. La parte più difficile da scrivere: gli incidenti non devono essere pretestuosi, e i personaggi devono acquistare rotondità (se attraversano il film restando uguali, la sceneggiatura è sbagliata: certo, nella vita succede, per questo il cinema è più divertente).

 

Ha un problema con il secondo atto “Loveless” di Andrei Zvyagintsev, l’altro regista russo favorito per la Palma d’oro. Benissimo i genitori che litigano senza accorgersi del figlio che piange nella camera, benissimo la sparizione del ragazzino, benissimo lo sguardo sugli appartamenti eleganti – catapecchie ne abbiamo viste fin troppe, benissimo il finale tragico. Ma quando comincia la ricerca del ragazzino scomparso, sembra che parta un documentario di raccolta fondi: i volontari avanzano nel bosco, si fermano, chiamano, avanzano di nuovo, chiamano ancora. E la tensione si ammoscia.

 

Ha bisogno di un play doctor – secondo atto, di nuovo, con la complicazione di un finale troppo debole per la fantasia satirica sfoderata in precedenza – anche “The Square”. Ruben Ostlund sa intrecciare la comicità con l’imbarazzo – come il battibecco sul preservativo da gettare via: “Lo butto io”, “no, lo voglio buttare io”, e certi dialoghetti sul mucchio di ghiaia esposto nella galleria d’arte. Non ha capito che ficcarle nello stesso film lungo due ore e mezzo, senza darsi la pena di costruire una trama, affatica lo spettatore. Dovrebbe farsi visitare da uno bravo anche “Wonderstruck” di Todd Haynes. I personaggi sono due ragazzini entrambi muti. Entrambi cercano qualcosa a New York, a distanza di mezzo secolo. Finale incantevole, ma arriva troppo tardi. Prima, si divertono solo lo scenografo e il direttore della fotografia.

Cannes 2017

Critica cinematografica, ha studiato filosofia e ha cominciato a occuparsi di cinema per le radio della svizzera italiana. Lavora per Il Foglio sin dai primi numeri e ha tradotto i racconti di Edgar Allan Poe. Ha raccolto le recensioni di un anno di lavoro in un libro del Foglio che ha preso il nome dalla rubrica del sito, Nuovo cinema Mancuso. Nel 2010 Rizzoli ha aggiornato e ristampato Nuovo cinema Mancuso, con la partecipazione di Giuliano Ferrara e Aldo Grasso.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    26 Maggio 2017 - 18:06

    Al cine non vo più da anni ma mai perdo le recensioni di Mariarosa e degli altri è uno strapiacere.

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  • fabrizia.lucato

    26 Maggio 2017 - 16:04

    Splendido articolo. Grazie!

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