“The Killing of a Sacred Deer”

Un film su una prof. borghese e si capisce perché i giovani votano Le Pen

Mariarosa Mancuso

Ragazzini strapazzati e sceneggiature scritte malissimo

Ragazzini a Cannes ne abbiamo visti strapazzare parecchi, dopo quasi una settimana di festival. Il rapitino di San Pietroburgo (forse un maniaco, ma “primi sospettati sono sempre i genitori”, chiarisce il poliziotto) in “Loveless” di Andrey Zvyagintsev. La piccola muta (dalla nascita) e il piccolo muto (per uno choc) che soli soletti esplorano New York, lui negli colorati anni Settanta e lei nei Venti in bianco e nero. La borgatara figlia di Jasmine Trinca che in “Fortunata” di Sergio Castellitto sbraita contro la madre che mostra le tette allo psicologo infantile Stefano Accorsi. La dodicenne di ottima famiglia che in “Happy End” di Michael Haneke porta a termine il lavoro iniziato da Jean Louis Trintignant in “Amour” (non dite “spoiler”, è l’unica cosa che succede nel film, non abbiamo colpa se sta alla fine).

 

Yorgos Lanthimos – regista greco di “The Lobster”, se non lo avete visto non vi siete persi niente – passa alla tortura. “The Killing of a Sacred Deer” è il titolo del suo film (in concorso). Aria di sacrificio, che fa sempre sentire personcine colte (Castellitto via Mazzantini per non essere da meno cita Antigone). Ai figli del chirurgo Colin Farrell prima si paralizzano le gambe, poi si blocca completamente l’appetito, poi cominciano a sanguinare dagli occhi, “creperanno tra atroci tormenti”, annuncia un altro ragazzino dall’aria neanche troppo intelligente: suo padre è morto in sala operatoria, vuole pareggiare i conti con il dottore, “uno della mia famiglia, uno della tua”. A meno che Colin Farrell scelga in famiglia un capro espiatorio, e da uccidere con le sue mani.

 

Poiché ai registi che se la tirano non viene mai in mente un’idea che non sia già venuta in mente a uno scrittore pop, riconosciamo la trama di “Thinner”. Era uno dei romanzi che Stephen King firmò con lo pseudonimo di Richard Bachman (crisi di sovrapproduzione, serviva una seconda linea). Un automobilista rifiutava le monetine a una zingara che gli aveva lavato il parabrezza, ricavandone una maledizione – “thinner”, appunto – che lo faceva dimagrire fino alla morte. Ovviamente lo si leggeva stando svegli la notte, mentre il film di Lanthimos disturba lo spettatore fin dalla prima scena, con il mezzuccio dell’operazione a cuore aperto. Critica delle società borghese, si sente dire in giro, e viene voglia di invocarla, una borghesia degna del nome.

 

Pensavamo di aver toccato il fondo, macché. Nessuno maltratta gli adolescenti come le professoresse democratiche e progressiste. Oppure le romanziere democratiche, progressiste, e parigine. In “L’atelier” di Laurent Cantet (sezione Un Certain Regard). Una scende nel midi a La Ciotat – d’estate tra le scogliere si fanno gran bagni, e lì i fratelli Lumière filmarono l’arrivo del treno in stazione – per animare un laboratorio di scrittura. Partecipano ragazzi e ragazze rappresentativi di tutte le istanze: maschi, femmine, immigrati, figli di immigrati, figli di lepenisti che sognano l’esercito. Unico vincolo, parlare della città e dei cantieri navali chiusi negli anni Ottanta dopo un lungo sciopero.

 

Se ne parlava come di un capolavoro (lo sceneggiatore è Robin Campillo, regista del finora favoritissimo, al netto di Netflix, “120 Battements du coeur”). Non lo è. E non sarebbe tanto grave, ai festival capita. La novità sta nel fatto che mettendo insieme le sciocchezze solennemente pronunciate dalla professoressa-romanziera e l’orgoglioso sfoggio di correttezza politica – attenti a non ferire gli immigrati, sono sensibili; e voi maledetti borghesi di Calais neppure li vedete, suggerisce il fiancheggiatore Michael Haneke – usciamo dal film con due tristi certezze. Primo: sappiamo perché tanti francesi votano Marine Le Pen. Secondo: sappiamo perché ai festival arrivano film scritti malissimo.

Di più su questi argomenti: