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Camillo e Corrado nell'Italia del vino / 4

Malvasia di Bosa o Verdiso trevigiano per le nuove generazioni malate di birra

Camillo Langone e Corrado Beldì

Dalla parte di Enotria, contro la squallida cervogia. L'Italia da tremila anni è la culla della viticoltura, fulgido esempio di cultura che diventa economia

Corrado, non è che in Sardegna il vino lo producono soltanto e invece, al dunque, bevono birra? Te lo chiedo perché laggiù esiste una birra vagamente identitaria, avente in etichetta i 4 Mori, bandiera dell’isola… La triste verità è che noi parliamo e parliamo, scriviamo e scriviamo, ma in Italia il consumo di vino stenta e quello di birra continua a crescere.

  

Camillo, come sai alla birra preferisco il vino, al tramonto non c’è niente di meglio di un bicchiere di rosé che mette subito di buon umore, purché sia ben fresco, come sai su questo non ho tabù, se serve ci aggiungo volentieri del ghiaccio. Se proprio devo scegliere una birra scelgo comunque quella prodotta da Croce di Malto in onore di Novara Jazz e premiata diverse volte ai mondiali di categoria. Confesso però che da tempo non bevo più nemmeno quella, soprattutto da quando una sera, dopo una degustazione, mentre stavo spostando la macchina di venti metri, mi ritirarono la patente per sei mesi e mi mandarono pure dallo psicologo per valutare se ero un alcolizzato. Per fortuna non avevo ancora cominciato a spiattellare i miei itinerari vinicoli sul Foglio, altrimenti la patente non me l’avrebbero mai più ridata.

  

Purtroppo noi non facciamo testo, siamo gentiluomini, una razza in via di estinzione. I giovani schiamazzanti nelle cosiddette movide non fanno che ingurgitare birra. Io combatto la squallida cervogia sia per sostenere Enotria, sinonimo di un’Italia peninsulare che da tremila anni è la culla della viticoltura, fulgido esempio di cultura che diventa economia, sia per boicottare Sodoma. Perché non sono soltanto i giovani ad attaccarsi alle lattine, ci sono anche le giovani. Queste ragazze sono il mio cruccio: dopo aver bevuto birra cosa fanno, ruttano? Come Paolo Villaggio in “Fantozzi”? Ovvio che quando le donne perdono grazia, quando viene meno la differenza sessuale avanza l’indifferenza sessuale, la decadenza omosessuale, la fine.

 

Camillo, come sai in quanto a costumi e desideri sessuali sono l’uomo più liberale al mondo. Tuttavia la questione femminile è alquanto insidiosa, non puoi immaginare la mia felicità quando stasera mi sono seduto al tavolo del ristorante Ponte Vecchio di Bosa, proprio sulle sponde del fiume Temo. C’erano le barche, c’erano le stelle, c’era il castello illuminato in cima alla collina e a pochi metri di distanza, portati dalla brezza di mare, c’erano i suoni di un gruppo free jazz, pulsanti e stridenti come piace a me, era insomma la situazione ideale per una cena romantica e senza discussioni, davanti al pescato del giorno, un’ottima orata al malvasia. Però quando ho letto la lista dei vini alla mia amata e lei ha detto, “scegli quel che vuoi, purché non mi faccia venire il mal di testa”, allora ho capito che mi aspettava una serata complicata.

 

Della Malvasia di Bosa lessi tanto tempo fa in “Vino al vino” di Mario Soldati, l’ho sempre immaginata archeologia enologica, letteratura. Invece ora me ne parli tu e ne vedo un paio su Callmewine: la versione più economica (l’Alvarega di Columbu) è un mezzo litro che costa 32,50 più spese di spedizione, da bersi nel calice piccolo con formaggi erborinati. Non è questo il vino anti-birra. Contro la squallida cervogia ci vuole un bianco secco e frizzante sotto i 10 euri ossia il Verdiso prodotto da Gregoletto sui colli trevigiani. L’ho bevuto sul terrazzino di Luca Sommi affacciato sul Parco Ducale, il punto meno torrido della città climaticamente più spaventosa d’Italia, la nostra cara Parma. Lassù il Verdiso, animato dalla rifermentazione in bottiglia e dai lieviti indigeni, si è rivelato vino-giardino, fiorito e rinfrescante.

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